Monumenti e sfregi

Monumenti e sfregi

16 Giugno 2020 0 Di Gli Epicurei

Fino ad ora, la vicenda di Indro Montanelli non mi ha toccata più di tanto, nel senso che, non amando particolarmente il personaggio, il fatto che avesse commesso un’azione orrenda rientrava nelle possibilità, con tutto che gli va riconosciuto il merito di aver capito cosa sarebbe successo con la discesa in campo di Berlusconi e l’essersene dissociato eccetera eccetera.
Il fatto è che dato che Montanelli è sempre stato un uomo di destra, di quella destra robusta e capacissima di considerare certe vite di serie A e certe altre di serie B, e quindi, sotto certi punti di vista, mi chiedo cosa ci sia da discutere, e cosa ci sia da sdegnarsi per un attacco a una statua che rappresenta una persona controversa, che ha avuto sulla nazione un’influenza a mio parere sopravvalutata, un professionista acuto e un individuo che ha condotto una vita nel complesso coerente con il suo pensiero e la sua filosofia politica; oltre a questo, calare una data azione nell’epoca in cui è stata agita non può essere una giustificazione, e sono perfettamente d’accordo con chi dice che il contesto vale fino a un certo punto, che non tutte le persone vissute in quel periodo si sono comportate in quella maniera, e che quindi dire che erano tempi diversi è un po’ una giustificazione del menga.

I problemi su Indro Montanelli mi sono venuti fuori adesso, dopo aver letto questo articolo su Flannery O’Connor, autrice che ho riscoperto di recente e che ho cominciato a venerare, più per i suoi saggi critici e per gli articoli sulla scrittura che per l’opera in sé, che ho letto anni fa in maniera molto superficiale e che mi riprometto di studiare e rivedere con maggiore attenzione (di romanzi ho solo Il cielo è dei violenti, ma non l’ho ancora letto). In soldoni, nel pezzo si cerca di inquadrare/contestualizzare la sua antipatia verso la gente di colore e farla venire a patti con l’ideale della scrittrice santa patrona delle lettere americane del sud, cercando di conciliare l’arte, la realtà storica e tutte le varie epurazioni della sua corrispondenza compiute dai vari editori delle sue opere nel momento in cui se ne costruiva il mito. E allora eccomi a leggere questo articolo ed eccomi a pensare che, come Indro Montanelli, anche Flannery O’Connor era una persona complessa, schiava per certi versi del suo contesto e completamente (colpevolmente?) disinteressata a certe questioni (sebbene, per certi versi, se ne renda conto: trova inopportuno incontrare James Baldwin in Georgia, sarebbe stato meglio vedersi a New York, per esempio – fatto che rivela una certa ipocrisia che non fa bene al ritratto che se ne voleva rendere).

Ora, sia chiaro che, con tutto il rispetto per il giornalista/scrittore Montanelli, la statura intellettuale dei due non è minimamente paragonabile: lei era un genio completamente assorbito nella contemplazione del mistero e lui no, e forse questo rende anche più antipatiche certe affermazioni della scrittrice, e molto più doloroso prendere le distanze da certi suoi atteggiamenti; tuttavia, basta leggere certi suoi brani (Nel territorio del diavolo e Sola a presidiare la fortezza, per fare due esempi, ma anche Il volto incompiuto e addirittura il Diario di preghiera) per capire che, anche se edulcorata, O’Connor ha la dolcezza di un pescecane, e che la sua compassione verso il prossimo è la stessa che un avvoltoio nutre verso un cadavere.
E quindi, di nuovo, eccomi qui, a contemplare inorridita l’idea che forse, se avessi seguito la carriera di Montanelli o fossi stata d’accordo con lui su varie questioni o avessi trovato affascinante il suo stile o il suo pensiero, potrei trovare “comprensibile”, per quanto orribile, quanto fatto a quella ragazzina africana di dodici anni, verso la quale il giornalista, anche dopo anni, non ha dimostrato la minima empatia; e poi mi vengono in mente le perversioncine disgustosette di Kafka, il solito Dostoevskij che se gli eri amico avevi finito di vivere, Tolstoj che apriti cielo, Flaubert che sorvoliamo, Sartre e la Simone che giocavano con la vita delle persone e che in un paio di casi hanno fatto anche dei danni seri, Manzoni sociopatico, Gandhi che trattava la moglie che peggio non si poteva, orde di samurai corrotti e arroganti nonostante il loro codice, Maugham che ha distrutto tutto per poi annientare sé stesso, e poi Einstein che ha soffocato la carriera di sua moglie e le ha rifiutato qualsiasi riconoscimento, e Victor “cresci per l’amor del cielo” Hugo, e Kubrick; e tutto assume la giusta prospettiva, cioè che non dobbiamo guardare a loro ma a noi, che i santini vanno strappati e i culti demoliti, che non si sfugge allo sporcizia interiore a meno che non si sia implacabili sorveglianti di sé stessi, e capire che la grandezza è una tappa accidentale che prescinde la persona che la cerca.

Perché la grandezza, qualsiasi tipo di grandezza, non giustifica le atrocità verso gli altri, esattamente come la rettitudine di comportamento e di moralità non giustifica una vita mediocre o passiva, e, da parte mia, credo sia necessario venire a patti con situazioni complicate, anime grette per intelletti brillanti o spiriti cinici e limitati alla strenua ricerca di altro, che c’è gente che zoppica, gente che uccide, gente prona a un sistema o che ad esso si oppone sacrificando e distruggendo tutto nella sua lotta.
Il fatto è che l’essere umano è un casino, e va bene così.
Homo sum: humani nihil a me alienum puto.
Niente di ciò che è umano mi è estraneo, anche le cose peggiori.
Soprattutto le cose peggiori.

(laChiara)