Mr. Hyde Frammenti: Delicatessen (Jeunet & Caro – 1991)

Mr. Hyde Frammenti: Delicatessen (Jeunet & Caro – 1991)

12 Giugno 2020 0 Di Gli Epicurei

AURORE INTERLIGATOR
ovvero
QUANDO IL PIATTO FORTE DI UN FILM STA NEL CONTORNO

Al piano terra di un palazzo fatiscente in una Francia forse futuristica c’è la macelleria Delicatessen, che serve quasi esclusivamente gli inquilini del suddetto palazzo. Più o meno ogni settimana, il macellaio Clapet, che è anche padrone dell’edificio, assume un giovane tuttofare, che poi misteriosamente sparisce, e, il giorno dopo la sparizione, serve carne fresca ai suoi inquilini. Fino a che arriva Luison, un ex clown romantico e sensibile che si avvicina molto alla figlia di Clepet, Julie, e che potrebbe cambiare tutto.

Questa, a grandi linee, è la trama del film, ma non la storia che voglio raccontare, perché la trovo ovvia e perché il sentimento mi tocca fino a un certo punto, anche se inserito in ambienti, come dire, eccentrici, come quello del palazzo amministrato/tiranneggiato da Clepet; e non voglio neanche raccontare la storia dei Trogloditi, terroristi vegetariani che vivono nelle fogne e lottano per cambiare lo stato delle cose. 

Io sono qui per raccontare di Aurore.

Aurore è una degli inquilini di Clepet, è sposata (non sappiamo se e quanto felicemente) con Georges Interligator e corteggiata dal vicino di casa Robert Kube, che lei rifiuta perché le voci che sente nella sua testa definiscono l’uomo “frocio, impotente e testa di cazzo”; ma più di tutto, quello che Aurore vuole fare, quello in cui vuole assolutamente riuscire, è ammazzarsi. E ci prova organizzando tutti i particolari e senza lasciare niente al caso, armandosi di cappi, pillole, forno a gas aperto, fucile puntato, fornelli accesi.

Aurore è il frammento a mio parere più gustoso del mosaico nel complesso sghembo, nel complesso prevedibile e abbastanza conservatore (ma c’è da dire anche che Jeunet non è e non diventerà mai un regista di sceneggiatura e di costruzione, preferendo barcamenarsi, anche con un certo stile, tra trovate più o meno riuscite), e l’unico personaggio in grado di competere con il terribile, barocco e divertentissimo Clepet, che, in un mondo migliore, avrebbe avuto un ruolo da protagonista e un lieto fine.

Ma Aurore, bruttina, timida, voce dolce (in lingua originale come nel doppiato), aspetto zitellesco, castigatissimo e curato, timorosa nell’usare espressione volgari, così carina, così previdente e così sfortunata (perché ogni aspirante suicida dovrebbe ricordare che il caso ci mette sempre lo zampino, soprattutto quando ci si illude di aver paventato tutto il paventabile e calcolato anche l’imprevisto), è la vera chicca di quell’umorismo nero di cui il film si fa bandiera e che mi ha attratto verso questa pellicola che, come ho già detto, per buona parte tradisce le sue premesse (soprattutto nella trama portante), dopo un inizio davvero stuzzicante e dei titoli di testa ispirati come pochi; perché la tragedia di Aurore è esatta nella sua indefinitezza, precisa nella sua sospensione ed esilarante nella sua (mancata, per la maggior parte del film), attuazione.

Aurore è la catastrofe in potenza, il disastro che monta, l’autodistruzione destinata a diventare apocalittica e scarnificante: il suo percorso è quello dell’annuncio della fine che fa da specchio al massacro messo in atto dal ridanciano Clepet, Aurore è l’acqua cheta che porta in sé abbastanza polvere da sparo per far saltare i ponti.

Perché poi, quando i ponti saltano, è come se l’aria si facesse più pulita, la visione più netta, i colori più saturi; e il fine dell’umorismo nero, quello riuscito, è proprio quello di rendere visibili le rovine per quello che sono, farne apprezzare la vista e renderci in grado anche di sorriderne.

(laChiara)