Morire di noia e morire di vita

Morire di noia e morire di vita

8 Giugno 2020 0 Di Gli Epicurei

L’argomento lanciato da Elda, il venirsi a noia, mi mette un po’ in difficoltà, principalmente perché l’ho già affrontato, in buona parte, in questo post di qualche tempo fa, e non ho molto da aggiungere, perché è una sensazione che mi è abbastanza estranea.

Per la mia esperienza, il venirsi a noia nasce dallo stare troppo tempo in propria compagnia e dal prendersi sul serio e dal credere importante ciò che si pensa e si crede, ed è un’esperienza che può essere fastidiosa o illuminante, perché potrebbe rivelare a noi stessi che non siamo quello che pensavamo di essere, e che quello che pensavamo di essere non ci soddisfa più; alla fine si tratta di prendere coscienza di essere caduti in un’abitudine di pensiero, di sentimento e di azione, e quindi di aver smesso di vivere ed essere con la dovuta concentrazione.

Nel periodo del lockdown mi è stato molto di aiuto riprendere in mano l’Hagakure, il Bushido e Libro dei cinque anelli, e queste letture mi sono state ancora più di aiuto nel rendermi conto che, dopo il lockdown, le cose non sono cambiate granché, soprattutto nel rapporto che si ha con la morte, un elemento che, secondo me, è determinante nel rapporto che si ha con il vivere e di conseguenza con il venirsi a noia. 

Anzi, credo di pensare che il venirsi a noia sia il parente scemo della paura di morire e della paura di rinascere.

Ecco qualche citazione dall’Hagakure, che sto ristudiando:

Il Codice del Samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti. È questa l’essenza del Codice del Samurai.

Sia che siamo di stirpe nobile o di umili origini, ricchi o poveri, vecchi o giovani, illuminati o non illuminati, siamo tutti destinati a morire. Sappiamo che ciò è ineluttabile, ma ci illudiamo raccontandoci che gli altri moriranno prima di noi, che saremo gli ultimi. La morte sembra sempre lontana. Non è un modo di pensare ingannevole e futile? Non è un’illusione, un sogno? Questo ci rende negligenti e non dovremmo crederci. Dovremmo essere coraggiosi e prepararci, perché presto o tardi la morte verrà a bussare alla nostra porta.

L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Quando un samurai è sempre pronto a morire padroneggia la via.

Qui non si tratta di morire senza rimpianti, ma di vivere con assoluta concentrazione e determinazione, per far sì che quando la morte verrà sia semplicemente la conclusione della nostra parabola. Se ci si annoia di sé stessi, secondo me, vuol dire soltanto che si è perso il nucleo dell’esistenza in generale e della propria vita in particolare, e quindi si dà scontato l’atto del vivere, ovvero si sopravvive e basta, ci si intrattiene con il proprio modo di essere, con il modo di essere che si è scelto; e forse si sta vivendo con troppo buon senso, e si sa che il buon senso è noioso, annoiante e bisognerebbe ricorrervi con parsimonia.

E comunque:

Incedere come folli accanto alla morte significa “diventare pazzi”. Se nella Via del samurai si coltiva la capacità di giudizio, si verrà presto sconfitti.

Quindi: che la noia di sé stessi sia curata e poi sostituita con una piena ebbrezza dello spirito, e che, di conseguenza, la morte sia per me l’ultimo e il più potente degli orgasmi.

(laChiara)