Back to basics: Colpo di spugna (Thompson + Tavernier, aspettando Lanthimos)

Back to basics: Colpo di spugna (Thompson + Tavernier, aspettando Lanthimos)

3 Giugno 2020 0 Di Gli Epicurei

Finalmente sono riuscita a vedere l’adattamento di Colpo di spugna girato nell’81 da Bertrand Tavernier, e sono estasiata, e l’attesa della riduzione che ne sta facendo Lanthimos è, all’improvviso, diventata meno insopportabile, con tutto che Colpo di spugna è uno dei romanzi che rileggo più spesso e che mi rimette in pace con il mondo. Ecco, il film di Tavernier, nelle sue libertà (ma nella sostanziale fedeltà filosofica al romanzo), mi ha fatto lo stesso effetto, il che è una cosa bellissima, perché la mia bussola etica, come tutte le bussole etiche, va ricalibrata e riregolata costantemente, perché dato che il mondo è una roba senza etica e senza senso, è essenziale trovare dei promemoria e ribadire la propria etica, le proprie convinzioni e il proprio senso.

Il nichilismo e il male di vivere che permeano il mondo di Jim Thompson in generale non si possono rendere a parole, ma in Colpo di spugna c’è in più questo afflato ghignante e farsesco che non solo ne accentua l’accettazione, ma ne attenua addirittura la disperazione di fondo; e allora la storia di questo sceriffo/capo della polizia che appare imbelle, pigro e bonaccione, e che invece è tutt’altro, diventa quasi confortante, ed è inevitabile fare il tifo per lui, perché sì, lui sarà pure il principe delle carogne psicopatiche (ma su questo ci ritornerò), ma le brave persone che lo circondano sono diecimila volte peggio di lui.

Uno dei miei sogni è di vedere una riduzione italiana di questo capolavoro: un sindaco vagamente piddino/lassista/cerchiobottista di una minuscola cittadina di umore leghista condita di razzismo endemico (che però non lo contagia) viene costantemente umiliato dai veri detentori del potere del posto; sfottuto una volta di troppo, il nostro va da un suo superiore che di nuovo lo prende in giro e gli consiglia, in maniera degradante e brutale, di rendere il male che gli viene fatto raddoppiandolo; il suddetto sindaco prende il suggerimento alla lettera, e comincia il delirio. E questo è quanto: di questo romanzo del 1964, ambientato nel 1917 e riadattato da Tavernier nell’Africa occidentale francese del 1938, non va praticamente cambiata una parola che sia una, e potrebbe anche essere ambientato su una colonia di Plutone nel 3451, e, ancora, tutto rimarrebbe invariato.
Il fatto è che Nick Corey (nel romanzo) e Lucien Cordier (nel film) non fanno altro che prendere atto che il mondo è un posto intimamente malvagio e corrotto, dove i prepotenti la fanno da padrone e le vittime si limitano a leccare il culo ai loro carnefici, e poi agire di conseguenza, fino a vedere se stessi come inviati da Dio per compiere una missione, ripulire il male attraverso un male soverchiante e contrario, capendo perfettamente come muoversi, e manovrando i bassi istinti e le meschine motivazioni di chi li circonda, ovvero persone che comunque non hanno nulla non dico di nobile, ma neanche di decente.

Il film di Tavernier comincia con le parole “Sembra la fine del mondo” e termina con “Sono morto da tanto tempo”, comincia mostrando tutta una serie di azioni e di personaggi e prosegue con una serie di dialoghi spettacolari, ironici, dolenti e commoventi, parole che commentano quanto accaduto e quanto sta accadendo, con un’andatura sghemba e sempre più rarefatta; il romanzo di Thompson ha un ritmo che non concede un attimo di respiro, la voce narrante di Corey è completamente immersiva, i suoi pensieri sono azioni, e il tutto si conclude con un’apocalisse imminente; entrambi sono una roba assolutamente meravigliosa, un’esplorazione stralunata (nel film) e scatenata (nel romanzo) di una fanghiglia esistenziale che semplicemente si rispecchia amplificata nel suo protagonista, un uomo che faccio fatica a definire malvagio, ma che è semplicemente uno che, appunto, si limita a rendere il doppio di quello che gli viene fatto. Non c’è bontà, ma solo una cattiveria più fine, più consapevole e ragionata, in una visione della vita che se non fosse crudele e ridicola sarebbe disperante.
E osservare l’andazzo delle cose da una prospettiva tanto perfetta è uno dei privilegi che solo i capolavori possono offrire.

(laChiara)