Ansie da libro 2: “Guardatemi! Vi mostrerò la vita della mente!”

Ansie da libro 2: “Guardatemi! Vi mostrerò la vita della mente!”

27 Maggio 2020 0 Di Gli Epicurei

Introduzione.
Fare l’editor è un lavoro ingrato: per il portafogli innanzitutto, ma non solo per questo. Se sei uno che ama apparire, vivrai il rapporto con gli autori come un costante complesso di Caino, specie se l’attore protagonista viene glorificato per cose che – coff, coff – farina del sacco – coff, coff – ci siamo capiti. Ma se invece sei uno a cui la luce della ribalta proprio non piace? Ahi, e qui si mette male: un editore non basta mica per tirare avanti, e neanche due (e a dirla tutta neanche – coff, coff – tre), perciò sei costretto a piegarti a una necessità terribile: far sapere in giro chi sei e cosa fai. Come attirare allora client… ehm… scrittori? E come le attenzioni dei boccalo… ehm… degli editori? Accendere i riflettori su di sé, in campo culturale, può significare tante cose. Specie per chi fa l’editor e ha dunque, ipso facto, delle meravigliose tendenze alla sociopatia. Ma guardiamo meglio le condotte più acrobatiche messe in atto per cercare lavori sempre nuovi.

1) L’erudito (“Weltanschauung!”)
L’editor, si sa, deve ispirare fiducia: nessuno ti metterebbe in mano il suo libro se hai l’intelligenza di una Antonella Elia o la cultura di una Valeria Marini. Ecco allora che il primo dei nostri casi clinici non poteva che essere lui, l’erudito. “Foucaultiano” è il suo aggettivo preferito, ma guai a sottovalutare “orwelliano” (devi pur far vedere che almeno uno scrittore lo conosci, no?). E, ovviamente, come non citare le locuzioni latine? “Ipso facto” (coff, coff), “ad maiora”, “cui prodest”, “ab aeterno”, “illo tempore”, “causa sui”: insomma, è un continuo masticare la lingua che fu di Cesare e Cicerone, sine die… Ma c’è un sostantivo, su tutti, che impera incontrastato nel vocabolario del secchione: WELTANSCHAUUNG. Trait d’union dei suoi discorsi (ah, giusto, c’è anche il francese: trait d’union, fil rouge, mise en abyme, ça va sans dire…) è la concezione della vita degli autori. E non ci sarebbe nulla di male se l’editor non abbinasse una così solenne dialettica ai libri delle case editrici per cui lavora o a quelli che, tante volte, gli dan da recensire: abbiamo così la Weltanschauung dell’autore di “Coppie che scoppiano”, la mise en abyme dell’autrice del “Manuale per difendersi dalla mamma”, o la foucaultiana autopoiesi di “Sherlock Holmes va a Campobasso”. È vero: l’intrusione, mentula canis, di siffatte espressioni, è qualcosa di decisamente orwelliano.

2) Lo stalker di Minimum fax (“Bello! Bello! Bello!”)
Merita un particolare riconoscimento: lo stalker di minimum fax. Ho visto coi miei occhi (e poi sentito analoghe narrazioni da parte di terze e fidate persone) aspiranti correttori di bozze SEGUIRE i redattori di minimum fax alle fiere del libro. E intendo alla lettera: come nella vecchia gag da cinema muto in cui si rompe lo specchio e abbiamo una copia del personaggio che ne imita i singoli movimenti, l’editor in erba prova a far carriera inquietando la gente. Una volta può capitare, due volte anche, a voler essere di manica larga, ma quando per la terza volta vedi quei poveretti PEDINATI tra gli stand, al bar e finanche al cesso, le mani nei capelli te le metti. La scena che ti si profila davanti agli occhi è infatti quella della voce ovattata dello psicopatico che arriva da dietro la porta del bagno: “Belle le nuove copertine! E mi piace anche il font! Che cos’è? Un Adobe Caslon Pro? Un Linux Libertine? No, perché io i font li conosco tutti! Mi piace quello che fate! Bello! Bello! Bello!”

3) Il mitomane (“Conosco Tizio e Caio”)
Che la filosofia dominante dei giorni nostri sia la simulazione è cosa nota. Il punto è che bisogna stare sempre attenti a non venir smentiti. Come fare allora per non farsi sgamare? La prima è quella di dire delle verità parziali, ingrandendo solo alcuni dettagli. Esempio: sono seduto tra il pubblico e faccio una domanda ad Alberto Angela, salvo raccontare poi l’episodio omettendo di essermi trovato semplicemente tra il pubblico e dando invece a intendere qualcosa di leggermente (leggerissimamente, proprio, eh…) diverso, come se si fosse trattato di uno scambio equo, professionale, tra persone che si conoscono e confrontano a vicenda. E questo è giusto per parlare di una marachella che chi vuol mettersi in mostra ogni tanto pratica. Altro stratagemma, che sembra tratto un po’ da un racconto di Čechov, è aspettare che il personaggio in questione… ehm… come dire… tiri le cuoia. Si tratta di un meccanismo più meschino, ma decisamente infallibile (e chi ti può contraddire?). Alla morte dell’autore de “Il nome della rosa”, ad esempio, non so quanti post cominciavano con “Ricordo quella volta che insieme abbiamo…” e finivano con “Ciao, Umberto”. Seeeeeeee!!!

4) Il presenzialista (“Metto Like, condivido, commento, taggo”)
Fare da pubblico alle presentazioni è utile perché consente di avere un contatto diretto con gli editori e di fare foto con gli autori, ma i soli incontri nelle librerie in città offrono possibilità assai limitate rispetto al web, specie per i più timidi. Il presenzialista è fondamentalmente un molestatore travestito da adulatore: andate sulla pagina de La nave di Teseo e lo trovate, scorrete i commenti dell’autore Einaudi ed eccolo lì, con un selfie del libro in risposta a un post – che ovviamente non riguardava lui. Il presenzialista è una specie di Gabriele Paolini dell’editoria, che si intromette, si intrufola mentre un editore sta rispondendo a un’altra persona o lo scrittore si sta esponendo con un aneddoto personale, magari anche non semplice, per contenuto emotivo, da diffondere. È, insomma, uno scassacazzi che non finisce più e che sa sempre tutto di tutti. Certo, per avere tutto questo tempo libero, forse andrebbe annoverato solo tra gli aspiranti editor…

5) Gli splendidi (“Fateci un applauso”)
Gli splendidi sono coloro i quali raccontano eventi di scarsissimo peso (in assenza di meglio, evidentemente) infiocchettandoli ai limiti dell’epopea e dell’epica omerica. Tra gli editor, lo splendido di sesso maschile si produce tendenzialmente in un panegirico per far sapere a tutti che HO APERTO LA PARTITA IVA (applausi). La donna che alza la testa o che si prodiga in un atto di generosità fa certamente più presa sui social, specie se porta in dote una certa avvenenza che le consente di ricevere forse minori obiezioni. Oppure nessuno ha il coraggio di dirle che sta facendo una figura di merda. Un esempio di post splendido è: “Oggi ho cucinato per mio fratello. Mio fratello vive in Cambogia. Non lo vedo da due anni”. E tu lì per lì pensi: ah, ma sarà allora l’incipit di un racconto o la sinossi di un libro che ha editato, ecco perché ha abbinato una foto a tema. E invece no, quale sinossi? È proprio lei che è una cogliona a sprecare il magnare in questo modo! Ma guarda là quanta roba! E guarda come la fotografa pure, tutta orgogliosa e sorridente! Un’altra caratteristica degli splendidi è infatti il mistero: il mistero di inneggiare alla cultura, salvo intristirsi se pronunci le parole “Cesare Pavese” o “Italo Svevo” davanti a loro, e il mistero di maledire dall’alba al tramonto il Grande Fratello, salvo farsi compulsivamente selfie e video mentre cucinano, mangiano, fanno fitness in casa.

6) Il morto di fi… (“Giggity Giggity Goo!”)
A proposito di splendide donne, un fenomeno tristemente diffuso è quello del rattuso (dalle mie parti dicesi “rattuso” colui che è peggio di un cascamorto, perché è qualcuno che sa già in anticipo che non c’è verso di quagliare ma che si eccita con poco. Appunto parlavo di morto di fi…). Funziona così: alla ricezione di un dattiloscritto, la prima cosa che fa l’editor è controllare sui social network l’avvenenza dell’autrice. A questo punto, se la prova costume è superata, una sbirciatina va, oltre che alle pudenda dell’inconsapevole malcapitata, alle informazioni relative alla situazione sentimentale. Intanto la si aggiunge ai contatti, e poi se il libro è buono si vedrà. Ma arriverà il giorno in cui il nostro Glenn Quagmire da tastiera troverà pane per i suoi denti: qualcuna più smaliziata che si accorge delle sue debolezze, e allora saranno guai alla “Servi della gleba”… Come si dice sempre dalle mie parti: chi tiene ‘a pucchiacca in capa è perché se la fa mettere! (Giggity!)

7) Il frustrato o il maieuta (“L’ho fatto io! È merito mio!”)
Da intendersi stavolta non per forza in senso amoroso, il frustrato è chi tiene a far sapere d’aver partorito lui quell’idea che ha vivacizzato la trama o migliorato il personaggio. Proverà per un po’ a soffocare la cosa, e magari riuscirà a contenersi sui social, ma dategli un microfono e parlerà del libro come se lo scrittore fosse lui e l’autore un pupazzo. “Ecco… ora non per dire, ma… quando ho pensato a questa struttura, e poi l’autore mi ha seguito… o quando ho proposto questa variazione, perché nella bozza c’era un anticlimax, una caduta di tono…” Insomma, si presenterà come un maieuta, dal momento che se c’è qualcosa di buono in un testo è per merito suo, mica di altri. O meglio, il merito degli altri c’è, ma è quello di avergli dato ascolto.

8) Il serio (“Mi dia del Lei”)
Con l’espressione di chi ha perennemente una scopa infilata su per il culo, o di qualcuno che si gira di scatto dopo aver appena ricevuto una pacca sul collo con un giornale arrotolato, ha un altezzosità nello sguardo, e ancor più nei polpastrelli, che sa di sfida. Mai apertamente sgarbato – perché lui è serio, può mica concedersi cadute? – ma neppure conciliante, non si rivolgerebbe mai all’autore dicendo “Scusa, nella nota manca il numero di pagina, me lo puoi passare?”, bensì tradurrà ogni frase col suo dizionario Italiano-Scopainculo e dirà qualcosa del tipo “Giova inserire il riferimento bibliografico completo, in conformità alle norme editoriali e ortosintattiche”. Il serio è il più delle volte giovane, ma se gli si dà del tu rischia l’ictus.

9) Il sadico (“Largo al Giustiziere!”)
Ultimo, ma non per importanza: il sadico. Bocciare testi, spesso a pagina 1 (ma quando è in buona può arrivare anche a pagina 2), è qualcosa che gli provoca un brivido di piacere lungo la schiena. Il suo sport preferito si chiama “caccia all’errore”. Di più, è un Messia e ha un compito preciso: spazzare via l’immondizia dal mondo. Sia nelle valutazioni che negli scambi con l’autore utilizza un linguaggio assertivo, perché sa tutto lui, sa cosa è giusto e cosa è sbagliato, e difende le proprie idee con sicurezza, che siano assurde o meno. O meglio: lui non valuta… giudica. Se ad esempio ha un problema tutto personale con gli scrittori americani, e tu autore vuoi provare a difendere quelle che sono delle tue legittime influenze letterarie, ti risponderà, secco e perentorio: “Gli americani? Sanno fare le pistole, non i libri”. In genere il sadico ha vita breve nelle redazioni, ma il suo regime di terrore verrà ricordato e tramandato. Mettersi in mostra, in questo caso, non era neanche voluto, ma c’è brillantemente riuscito con la sua stronzaggine. Vederlo all’opera è una meraviglia: il sociopatico par excellence!

10) Conclusioni.
L’editor lavora nell’ombra. A volte è un po’ una controfigura dello scrittore. Ma non è uno scrittore. Altre, con le sue scelte e valutazioni, è un po’ una controfigura dell’editore. Ma non è un editore. Altre ancora salva le chiappe al giornalista che non ha letto il libro per la presentazione. Ma non è nemmeno un ghostwriter. Né un giornalista. In breve, non è un cazzo. E non crediate che sia una specie di paladino che toglie le castagne dal fuoco, perché non è neppure così eroico. Tutt’al più è una specie di faccendiere. Spesso gli viene pure chiesto: e cioè? Che lavoro sarebbe il tuo? Scrivi recensioni? (il padre di un mio amico che fa l’editor da dieci anni è convinto che il figlio si guadagni da vivere scrivendo recensioni. Così, per dire). Ecco allora che occorre sbattersi un po’, e mettere in mostra qualcosa del proprio repertorio. Insomma, che lo si ami o lo si odi, che lo si faccia per passione o per necessità, questo lavoro ti chiede di gridare ogni tanto a squarciagola come fa John Goodman nei panni di Charlie Meadows alla fine di “Barton Fink”: GUARDATEMI! VI MOSTRERÒ LA VITA DELLA MENTE!

(Andrea Corona)