Lettera a Benedetto Caetani

Lettera a Benedetto Caetani

18 Maggio 2020 0 Di Gli Epicurei

Napoli 12 dicembre 1294

Caro Benedetto,
ti scrivo queste poche parole confidando che tu, il designato, possa comprendere la mia scelta. Spero tu riesca ad essere il pastore che non sono stato, conosco la tua ambizione ma riconosco le tue capacità, e con entrambe immagino tu possa arrivare dove io ho fallito. I giorni che hanno preceduto la ratifica del trattato mi hanno allontanato dal precetto dell’assoluto, secolarizzandolo alle meschinità terrene. Nel contrasto tra quello che sono e quello che avrei dovuto divenire ho dubitato della mia fede; talvolta, vinto dalla nausea per lo sfarzo di questa sede, mi sono smarrito in pensieri che elevano l’umana ricerca dell’eterno al rango di emanazione divina che tutto pervade. Ma l’arte non è mai completa, sia quella creata dall’uomo sia quella che attribuiamo a nostro Signore. Ho pensato che solo il fruitore la può completare in ulteriori dimensioni, quelle immaginarie, quelle che ci restituiscono involontariamente una nuova opera che solo in quel preciso istante acquisisce la nuova capacità di propagarsi, attraverso tutto lo spettro sensoriale. Un quadro manca sicuramente di tridimensionalità, ma una statua manca invece del colore che ha fatto le fortune di quel Giotto di cui ora tutti parlano. Un fiore riesce ad inebriarti con il suo profumo ma una statua resiste allo scorrere delle stagioni, la musica la puoi tramandare nei secoli ma non possiede la potente capacità di svegliare in te i ricordi sepolti della tua infanzia. Giorni addietro mi trovavo nel corridoio che conduce agli appartamenti di Carlo, quello che conosci bene anche tu, quello con il dipinto che ritrae il re Luigi morente. Immobile davanti a quel quadro riuscivo a sentire il rumore delle onde che si infrangevano sulle coste davanti Tunisi, sentivo il profumo della spuma marina che invadeva le mie narici e soprattutto vedevo il battito delle ali della colomba che fuggiva via da quel castello sul mare che così tanto ricorda le fattezze di questa transeunta prigionia del Castel Nuovo. E’ forse pazzia la mia? E’ forse il sentiero che conduce all’eresia quello che ho intrapreso? L’essere inchiodato in questo regime di quotidianità mi fa perdere la fede e la possibilità di essere la guida spirituale che dovrei. Il vizio del materialismo mi suggerisce quanto mi sia allontanato dalla purezza dei giorni trascorsi all’interno del mio rifugio su monte Morrone, a cui presto farò ritorno. Anche io uscirò dall’immobilismo di queste settimane, e come quella colomba, obliato, fuggirò via da questo castello.

Tuo, oramai di nuovo,
Pietro

(Massimo Guelfi)