L’archimandrita è morto*

L’archimandrita è morto*

7 Maggio 2020 0 Di Gli Epicurei

Procedo a tentoni. Ricamo nella pietra per definir respiri. Permettimi perciò di dire che centodieci giorni fa i nostri si sono ritrovati di punto in bianco a non poter più contare sulla guida, e proprio nel momento in cui si aspettavano che comunicasse l’ordine di eseguire una deviazione. Benché il suo viso si gonfiasse nell’accesso di tosse e la saliva gli colasse dalla bocca, non perdeva l’espressione concentrata e paziente. Il vino è pronto. Consentimi di procedere col mio discorso. Sono convinto che qui c’è qualcosa che non va, lo sento dall’odore. L’odore della malabestia. È questo il punto centrale. Il corpo di una ragazza di cui avevo appreso l’esistenza solo quel giorno si offriva a me. Voglio dire che nel nostro caso si è verificato qualcosa di nuovo, di assolutamente assurdo, che non rende più valido niente di tutto ciò che è stato valido fino a centodieci giorni fa. Ho fatto un calcolo. Nei giorni seguenti ci sono stati una serie di interventi nei quali si è cercato con lunghi strumenti manovrabili di raggiungere il calcolo dall’interno, attraverso il sistema uro-genitale. Poi: un armadio a vetri con scatole e flaconi, gli strozzamenti e le manipolazioni. Risvegliavano immagini che risalivano ai primordi. Mia madre mi partoriva dalla bocca. Accumulavo la saliva in bocca. Il fuoco ardeva nella stufa di maiolica. L’archimandrita è morto e lo scriba battezza il nuovo corso. 

La luna agli archi appende dondolando
dialoghi e veglie su pallide colonne,
la frangia dell’insonne estende il braccio
per stilettar carezze a fredde spoglie.

Lavora presto la malabestia. Accende i motori quando la luna è mezza. Ma arrestati un istante, e osserva questa cronaca sconnessa chinarsi al moto degli smarrimenti: gli sguardi rattrappiti sui ricordi di quegli occhi nei crani scheletriti. Nessuno protocolla neanche più di tutti quei cancelli disserrati. Così il naufragio di dita in pergamene, per quelle voci che il rame ha raffinato nell’incessante assedio dei silenzi. Chi tocca il mio cancello? Non vedo vie d’entrata, non riesco ad arrivarci, è nebbia tutto intorno. La nebbia la detesto. Detesto questo freddo, detesto questo gelo, quest’aria che è di gesso. L’odore di gesso e quello del cemento. Arriva dentro. A motore spento. Qui, tra il ventricolo sinistro e il quinto intercostale, si avverte ancora l’esca dell’imbastitura. Hai percorso chilometri di vetro. Magari senza vederlo saresti andato anche più avanti di me: considerando false le conclusioni tratte dalla tradizione, nella speranza di nuove interdizioni. Sei oggi come allora intrappolato dentro custodie e intermittenze. Se invece consideri la nostra situazione alla luce di quanto si è affermato centodieci giorni fa, diventa chiaro che è a causa di questo nostro olocausto se quelle conclusioni non sono più valide. Forse non hanno più sponde nel rovescio. Eccoci tornati a quello che per me è il punto base. Su un carrello sono arrivate le posate. I nostri vogliono muoversi, tu hai detto che vedi gente intenta a vivere. Bene, perché nell’immediato i nostri non ce la fanno più a sopravvivere, costretti come sono a rimanere fermi. Solo: forchette, coltelli e cucchiai. Per grattare. Vorrei che qualcuno rispondesse a quanto implicitamente vado ripetendo ormai da parecchio. La nostra è una situazione che non si evolve. Il suono è compromesso e l’aria assai compatta. E ciò nonostante ho l’impressione che ti aspetti qualcosa, un aiuto, chissà poi da chi. Tu hai capito come stanno le cose, eppure tenti di nasconderle a te stesso, mentre in un certo senso la realtà attuale semplifica la nostra condizione: i nostri devono riprendere a muoversi, nient’altro. In quest’attesa il tempo ha meridiane che deformano la bocca. I motori son dei morti. Ma tu pretendi che essi si muovano nelle stesse condizioni di prima, ed ecco che si torna alla contraddizione di base: la realtà è che le condizioni di prima non potranno più tornare.

La luna agli archi appende dondolando
dialoghi e veglie su pallide colonne,
la frangia dell’insonne estende il braccio
per stilettar carezze a fredde spoglie.

(Andrea Corona)

(*omaggio a: Gesualdo Bufalino, Emanuela Cocco, Giuseppe Di Costanzo, Greta Rodan, Antonio Spagnuolo, Peter Weiss)