L’odore di questo motore

L’odore di questo motore

27 Aprile 2020 0 Di Gli Epicurei

Prologo
“Se dobbiamo parlare nei tempi bui, allora dobbiamo parlare dei tempi bui”; così recitava la scritta sopra l’affresco della sala consiliare. Non sono mai riuscito a comprendere fino in fondo se il monito iniziasse esattamente al termine della commemorazione o se ci fosse una compenetrazione dell’uno nell’altro. Figurativamente quell’”allora” decade, e il rapporto di causa ed effetto viene di colpo spazzato via come se le conseguenze vivessero di un anticipo preordinato affinché ciò che deve accadere inevitabilmente accada. Allora nella mia testa tutto si confonde, il prima viene dopo ed il passato è già futuro. Nel Decameron il re eredita la staffetta dal suo predecessore e quello che è stato si rinnova originando il nuovo dalle radici del passato. Così facendo, il tema del cibo può liberamente andare a nutrire anche questa riflessione sulle conseguenze e su ciò che le ha originate, sugli effetti e le cause, sugli odori e i motori. Allora miei sudditi, cantiamo tutti insieme! A tempo..

“..Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi , femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu..”

(Ottocento, F. De Andrè)

Parte prima
C’è un buon odore a casa di Elmo. Appena varco l’ingresso della sua abitazione sono investito dai residui di fuliggine dovuti ad un uso prolungato del camino: quelle particelle invisibili agli occhi che restano sospese a lungo nell’aria continuano ad essere trasportate dalle correnti fino al momento in cui arrivano al giusto ricettore della parete epiteliale del mio naso. Qui la staffetta si compie, e da li in poi la corsa prosegue tutta al mio interno, le cellule neuronali decodificano l’odore e risvegliano nell’ippocampo il ricordo che supera la barriera del traguardo fisico espandendosi a tutto il resto in una sospesa dimensione metafisica…
..Ai primi di dicembre di molti anni prima, ancora bambino, venni portato dai miei genitori a trovare Serafino, il padre di mio nonno paterno. Era un uomo dalla corporatura minuta di cui non riesco più a recuperare il ricordo dei tratti somatici ma nella cui figura, nel frammentario affresco riportato improvvisamente alla luce, compaiono adesso esclusivamente baffi, cappello e completo di gabardina nera. Non esiste un colore degli occhi o della carnagione, non c’è un suono emesso dalla sua bocca che mi permetta di ricostruire il timbro della voce, ma ciò che resiste ed indissolubilmente mantiene in vita lo scheletro del ricordo è l’appiglio olfattivo. Serafino, vedovo già da molti anni, viveva con figli e nipoti nello stesso casolare in cui era nato quasi un secolo prima. A quella enorme casa di campagna si arrivava percorrendo un sentiero sterrato che si era fatto binario capovolto per il ripetuto passaggio delle macchine agricole. Al nostro arrivo fummo immediatamente travolti dall’entusiasmo di tutta quella comunità che riabbracciava ed accoglieva mio padre con la naturalità di chi, a distanza, sembrava non avesse mai smesso di vigilare su di lui. Erano passati effettivamente molti anni dalla sua ultima visita e vederlo commosso e avvolto in tutto quell’inatteso affetto me lo faceva vedere in una dimensione che fuggiva completamente dal quotidiano in cui mi ero abituato a collocarlo. Io e mia madre, entrambi di indole poco comunicativa fummo trascinati nel calore dell’accoglienza quasi contro la nostra volontà ma senza che volessimo volontariamente opporre nessuna forma di ostruzione. La massima offesa sarebbe stata, infatti, non solo quella di sottrarsi a tutto quel circo, ma anche semplicemente far trasparire un embrione di incertezza nella completa adesione a tutta quella festa. Perché di questo si trattava, una festa. Non come quella della settimana precedente in cui tutta la famiglia era stata coinvolta nell’uccisione del maiale ma quella immediatamente successiva del godimento dei suoi primi frutti. La merenda di cui fummo omaggiati infatti aveva come indiscusse protagoniste le salsicce, i primi insaccati che non richiedevano nessun tipo di stagionatura. Il vino dato ai bambini, le salsicce consumate crude e spalmate sul pane abbrustolito direttamente sul fuoco ci portano ad un epoca che si è talmente allontanata da noi portandoci ad alimentare il dubbio che sia veramente esistita. Ma sopra tutto questo, ad avvolgere quel pomeriggio precocemente buio, c’era il camino della cucina, uno di quelli aperti su quattro lati al centro della stanza e noi seduti attorno a scaldarci, mangiare salsicce, respirare fuliggine e tutta quella vita emanata dal lavoro, di quello vero fatto con le mani, quello sudato, quello che ti entra sotto le unghie, quello guadagnato e goduto. Non ho mai più rivisto Serafino ma so che è stato reale e il profumo della fuliggine dei camini mi riporta sulla solida terra della certezza che quelle antiche radici mi accompagnano e mi alimentano ancora oggi a distanza di tanti anni…

Parte seconda
“Che fai li?” – disse Elmo – “entra, che il caffè si fredda”. Mi scrollai di dosso il recente ricordo del mio bisnonno ed entrai per la colazione. Da quando Elmo era rimasto solo non mi ero più fatto vivo, e vincendo l’incrostazione della pigrizia l’avevo chiamato per vederci proprio in quella domenica mattina. La tavola, già pronta con le tazze blu dell’Ikea, con con i cucchiaini satinati dell’Ikea, avvolti nelle salviettine verdi dell’Ikea, giacenti sulla tovaglietta gialla a maglie intrecciate dell’Ikea, ricreava un dipinto che nella saturazione dei colori andava pienamente a rappresentare uno spirito neo-vichingo che non avrei mai attribuito ad Elmo. La biscottiera, posta al centro, era una di quelle con il tappo a tenuta da cui facevano capolino quei biscotti burrosi che, per quanto fossero ancora sigillati, potevano già emanare il loro profumo riuscendo a creare una quarta dimensione: quella dell’imminente godimento per il palato. Già, i biscotti. Quelle creature dalla natura duplice: così innocenti quando sono ancora chiusi nel loro involucro ma così diabolici quando, liberati dalla loro ordinata prigionia, emanano l’inarrestabile tentazione che ti porta a finirli senza rendertene conto. Questo nuovo profumo, come pochi istanti prima sulla soglia di casa, mi cattura e mi conduce questa volta nella dimensione della fantasia..
..Percepisco il travaglio di fronte alla confezione dei biscotti ma poi mi desto con in mano le forbici che corrono lungo una linea tratteggiata e mi lascio trasportare dagli eventi quasi che il mio arbitrio fosse stato rimosso assieme a quella parte di busta appena tagliata. Cerco di alienarmi dalla strada che mi condurrà verso il fondo della confezione e mi distraggo con tutte quelle scritte e quei simboli; “Buoni come quelli della nonna” recita la scritta con un carattere corsivo tutto arricciolato su se stesso. Buoni come quelli della nonna? Non ho il ricordo di mia nonna materna che sforna biscotti, le merende a casa di nonna Anita appartenevano piuttosto alla corrente culinaria in voga in quella famiglia fatta di pane al pomodoro o pane vino e zucchero come unica variante. Sicuramente esisteva però una nonna da qualche parte, forse pure in quel vicolo periferico fatto di strade polverose, che stava sfornando dei biscotti che anni dopo, inconsapevolmente, sarebbero diventati termine di paragone per quelli confezionati del ventunesimo secolo. Un nuovo parametro, uno spread storico-qualitativo che avrebbe poi potuto assegnare l’etichetta di tripla A come riportata su quella confezione che nel frattempo cominciava a farsi sempre più leggera. Solo in questo momento mi rendo conto che la mia vera unica vocazione, l’unico lavoro che non mi avrebbe mai annoiato sarebbe stato il degustatore di biscotti aziendale. Mi vedo impettito, raggiungere una sala asettica con un tavolo, con delle salviette, con sopra biscotti numerati ed una scheda di valutazione di fianco. Arrivo a quella sala dopo aver percorso un corridoio con appese la riproduzione grafica delle varie confezioni degli anni passati fino a risalire alla primigenia nonna che sfornava assieme ad un nipote, in un vicolo di periferia, biscotti AAA+. Un corridoio con innumerevoli porte con altrettante targhette; packaging graphic, storyteller, consumer psychologist, chief nutritionist, legal counsel, market placer, production engineer, process chemist, packaging architect, distribution engineer, pricing strategist. Uno stuolo di cervelli per arrivare a produrre qualcosa che avrebbe potuto solo sperare di avvicinare, senza mai raggiungerlo, l’asintoto rappresentato dal vicolo con una nonna che da sola produce biscotti. La confezione, ora vuota, mi restituisce un senso di piena colpa e di appagato vuoto. Immergo il mio naso e con esso tutta la faccia all’interno della confezione ed è come vedere attraverso un oculare magico tutti gli ingranaggi del motore che produce quel profumo. Come siamo arrivati a questo punto? L’illusione della modernità messa sotto il cofano del veicolo per la ricchezza ci ha denudato del valore dell’imperfezione. Saperlo non vuol dire negarlo, il suo profumo arriverebbe lo stesso anche se avessi la forza di volontà di mettermi controvento..”Ehi, ti sei incantato di nuovo?” – disse Elmo – “li vuoi due biscotti?”

(Massimo Guelfi)