Erbaccia

Erbaccia

21 Aprile 2020 0 Di Gli Epicurei

Quando Lucia si svegliava, i suoi erano già al pezzo da un po’, uno nei campi, l’altra in bottega a disporre in bella mostra quel che, a forza di bestemmie e preghiere e letame, ne era venuto fuori. Da poco compiuti i tredici anni, decisero che sarebbe toccato a lei occuparsi di Maddalena, la sorellina di cinque. Nena che non obbediva, Nena testarda e ribelle , Nena che ti levava le sberle di mano e poi dopo che le aveva prese, ne rideva. Questo, tutte le mattine di ogni santo giorno, di quell’estate disgraziata che sarebbe sembrata eterna. Poi, dopo pranzo, la nonna finalmente, veniva a darle il cambio. “È ora che tu cominci a renderti utile, ragazzina.” Le aveva detto suo padre, senza guardarla negli occhi, come faceva tutte le volte che era importante. Doveva riuscire a farla mangiare. Compito ingrato. Nena lo considerava una perdita di tempo.
Lucia decise di buttare via tutto perché era sazia: al pranzo aveva pensato da sola. Era intenta con le piccole dita a smuovere la terra morbida alla base delle piante. La sentiva penetrare sotto alle unghie corte mentre scavava. Il sapore delle fragole lo conosceva bene, era la merenda, e le era già venuto a noia; in estate inoltrata sarebbe venuto il turno del pomodoro condito, strusciato sul pane. La terra sembrava cioccolata fondente sbriciolata, quella che la mamma tirava giù a piccoli pezzi e tratteneva in bocca quando aveva mal di testa e voleva stare per conto suo. Conosceva il sapore di molte cose, ma della terra no. Lucia le aveva detto che era il cibo delle fragole, le zucchine, la cicoria, le patate, faceva crescere la pesca, il grano, rendeva le olive succose e unte. Il sole faceva la sua parte, ma senza la terra sarebbe bruciato tutto. Nena ci aveva pensato a lungo, poi un giorno le aveva confidato che voleva cercare un posto in giardino, mettere le radici, crescere come facevano loro, fiorire e fare un frutto. La sorella l’aveva guardata con un misto di pena e scherno. Nena che andava legata perché stesse ferma, immobile e incatenata a terra per via delle sue stesse radici! Che cosa assurda! In un momento di esasperazione le era uscito quello che la nonna durante tutta l’infanzia le gridava quando la faceva arrabbiare: “Se tu fossi una pianta saresti un erbaccia!” Ma non le aveva detto tutto. Perché la nonna aggiungeva che le erbacce prima o poi qualcuno le strappava da terra e quando erano secche le buttava nel fuoco, che non c’era posto nel mondo per chi non serviva a niente e che quella era la fine che l’aspettava se non metteva giudizio.
“Nenaaa! Alzati di lì e vieni dentro che è pronta la minestra!!!”. Ma Nena non rispondeva e rimaneva lì, accovacciata, la schiena che sussultava. Poi una serie di colpi di tosse profondi, il pianto. Lucia corse saltando i gradini, la trovò tutta rossa in viso e sporca che singhiozzava e sputava una mistura di terra scura e saliva. La scosse. “Brutta scema cosa hai fatto? Cosa hai fatto? Se muori ammazzano anche me! Che hai messo in bocca?”
“La terra! Volevo sentire se era buona… .”
“In questa terra c’è anche del letame, stupida che non sei altro. Terra e merda! Sennò non ci viene nulla, senza la merda son campi buoni solo per la gramigna! Hai tirato giù o hai sputato subito? Nena, dimmi la verità sennò ti picchio e dico tutto alla nonna, che te le ridà!”
“Ho sputato subito… perché non andava giù e poi era amara… ”
Lucia la trascinò alla fontana e cominciò a lavarle il viso con fare brusco. Diceva che bisognava sciacquare la bocca fino a che non avrebbe sentito più lo scricchiolio fra i denti e che non doveva tirar giù niente prima di quel momento, sennò sarebbe morta. Nena ubbidì, gli occhi sbarrati e fissi, si consegnò alla sorella come una bambola di pezza sporca e cattiva, mentre l’acqua del tubo sparata di getto dentro alla bocca aperta, le entrava nel naso e le faceva perdere il respiro. Lucia si fermò solo quando la saliva tornò ad essere chiara e trasparente. Poi la prese in braccio, la portò su in cucina, le lavò le mani al lavandino e dopo averle tolto le scarpe le disse di sedere al tavolino apparecchiato, davanti alla finestra spalancata.
La minestra si era un po’ attaccata, ma era ancora mangiabile. Lucia la guardò dritta negli occhi arrossati, mentre a memoria riempiva il cucchiaio e glielo portava davanti alla bocca. Nena, voltò il viso dall’altra parte, con il solito movimento secco e risoluto che aveva sempre in serbo come risposta, stringendo gli occhi. Questa volta per quello che era successo si aspettava uno schiaffo, un urlo cattivo, ma niente. Aprì gli occhi mentre Lucia era ancora lì con il cucchiaio sospeso a mezz’aria che poi si cacciò in bocca e tirò giù, senza masticare.
“Hai ragione, Nena. Fa schifo. Oggi più di ieri. Non sa proprio di niente.” Intanto riempiva un altro cucchiaio.
“ Hai visto chi c’è fuori?” Nena allungò lo sguardo verso i campi e vide il cane giallo dei vicini, steso a prendere il sole fra una fila di lattuga e l’altra. Annuì.
“ È bello Gastone, sembra proprio felice, non ti pare?” Sì, sembrava proprio questo.
“Fai come vuoi, ma devi sapere che se non mandi giù questo cucchiaio…lui. Ecco… succederà una cosa… Gastone morirà. Nessuno potrà salvarlo. Non lo vedrai mai più. “
Lucia stava per aggiungere e “sarà colpa tua”, ma non c’è ne fu bisogno. Nena portò il cucchiaio con le mani in bocca, masticò un po’ e poi mandò giù con una furia che non le aveva mai visto. Lucia ripetè l’operazione con malcelata noncuranza. Non aveva più fretta, adesso che ce l’aveva in pugno. La sorella, il tempo, la stessa esistenza delle cose. Tutte.
“Sai dov’è la mamma ? “.
Questa volta Nena si fece sentire. Con un filo di voce , con la gola che le bruciava e un gusto amaro in fondo alla bocca che non andava più via.
“Lo so.”
“Ebbene, se non tiri giù anche questo cucchiaio … la mamma …” .

(Samanta Tommasi)