Un professionista

Un professionista

20 Aprile 2020 0 Di Gli Epicurei

Non era stato a seguirla fino a casa sua. Era un professionista, sceglieva con cura chi visitare. Solitamente aveva un metodo di lavoro piuttosto efficace, sedeva all’interno di un locale o un pub -sempre diverso, per non destare sospetti- e osservava. E con un po’ di fortuna riusciva a individuare puntualmente qualcuno che finiva le sue serate da solo, in mestizia, accompagnato dai fumi dell’alcool. Quelli più frequenti erano gli anziani. Si era sempre chiesto cosa spingesse i vecchi a lasciare le loro coperte per trascorrere una serata in compagnia di qualche bicchiere di troppo. Ma insomma, se alla loro età erano tanto incauti vuol dire che in qualche modo se la cercavano, giusto?
L’uomo si schiarì la gola con un rumore prolungato, sistemando meglio la sciarpa che la copriva. Eh sì.
Il mestiere del ladro era uno dei più antichi del mondo. Alla fine anche lui doveva campare, e quello era l’unico lavoro che gli risultava agevole. Mentre camminava dietro alla ragazza, tenendosi saggiamente a distanza man mano che si inoltravano in un reticolo di viuzze lastricate di sanpietrini, ripensava alla conversazione che l’aveva condotto lì.
Seduta in un angolo del pub con le gambe incrociate e una gonna un po’ troppo corta per quella stagione, la ragazza aveva passato tutta la sera da sola col telefono tra le mani mentre mandava messaggi a qualcuno. Si era portata l’oggetto all’orecchio e aveva esclamato chiaramente, credendo di non essere udita:
“E va bene! Tornerò a casa da sola! Ma non credere che la cosa mi piaccia. Quanto rimarrai via?”
C’era stato un minuto di silenzio, e poi aveva aggiunto:
“E i bambini? Staranno con me per tutto il weekend?”
Dopo qualche altro botta e risposta altrettanto rapido, la giovane aveva riattaccato, un po’ seccata, e riposto il telefono distrattamente nella borsa.

In quel breve istante, lui era riuscito a delineare il quadro della situazione
Probabilmente viveva vicina, perché aveva parlato di tornare a piedi. E forse era divorziata, o il marito lavorava fuori città. In ogni caso aveva dei bambini. Questo non era mai un problema, nel suo lavoro. I mocciosi potevano essere sistemati facilmente, una botta in testa se non facevano i bravi, e tutto si risolveva.
Adesso si stavano addentrando in una pittoresca zona della periferia. Le luci dei lampioni, con lanterne opache dello stile del secolo scorso, gettavano una luce soffusa, troppo soffusa nelle strade al di sotto. Tanto che nello spazio che separava l’uno dall’altro, c’era abbastanza buio perché ogni volta l’uomo potesse sparirvi attraversandolo. Certo era che quella ragazza fosse decisamente carina. Se l’avesse conosciuta in circostanze diverse, forse avrebbe potuto invitarla a prendere un caffè. Pareva sulla trentina, aveva un grazioso cappotto beige che arrivava al ginocchio, calze scure e quella gonna troppo corta che metteva in mostra le belle gambe snelle mentre camminava
Indossava un cappello di lana e portava i capelli castani raccolti dietro la nuca. Sì, decisamente una ragazza carina. L’uomo dovette interrompere il flusso dei suoi pensieri quando la vide fermarsi di fronte ad una casa con un portico in legno dipinto di bianco, cercare un poco le chiavi nella borsa, e trovarle dopo qualche secondo di rovistare. Forse ebbe un presentimento, vago e fugace, perché si interruppe per un istante con le chiavi ancora nel pugno e guardò verso il punto d’ombra dietro uno dei lampioni per qualche istante. Ma l’immobilità della notte la convinse che fosse tutta suggestione, così infilò la chiave nella serratura, la girò e spinse la porta mentre entrava silenziosamente in casa. L’uomo notò che non accendeva le luci, neppure quando la sua silhouette passò di fronte alla finestra che dava sulla strada al piano terra. Forse c’era qualche marmocchio che dormiva, nelle vicinanze, e aveva preferito non svegliarlo. In ogni caso, attese. Dopo un po’, vide una luce accendersi brevemente in quella che suppose fosse la stanza da letto al piano di sopra, o il bagno, e poi spegnersi poco dopo. Era andata a dormire.

Prima di mettersi all’opera l’uomo si concesse il tempo di fumare un paio di sigarette, osservando circospetto la facciata della casa e anche i movimenti delle abitazioni di fianco. Tutto tranquillo. Calpestò il secondo mozzicone di sigaretta sotto il tacco della sua scarpa, uscì dall’ombra come uno spettro e si avvicinò alla casa. Silenziosamente salì i gradini di legno del portico, stando attento a non farli scricchiolare. Uno emise un lieve cigolio sotto il suo piede, e per un istante si fermò col cuore in gola e rizzando le orecchie per cogliere il minimo rumore. Ancora silenzio. Sollevato, estrasse dalla tasca una tessera smagnetizzata e un cacciavite, e iniziò a fare conoscenza di quella piccola serratura. Non fu difficile sbloccare il meccanismo. La sentì scattare, e subito dopo la porta scivolò in avanti, proiettandolo nel buio di un salotto. L’uomo entrò cautamente, appoggiando altrettanto cauto la porta dietro di sé. Si chiese da cosa avrebbe potuto cominciare a cercare, e come prassi iniziò per primo ad aprire i cassetti, tastando con mano, le ante dei mobili e delle credenze. Poi un rumore strano, dietro di sé, attirò la sua attenzione.
Avrebbe potuto temere che uno dei bambini si fosse svegliato, ma quel verso non sembrava appartenere a un bambino. O ad un essere umano. Fu più una sorta di rantolo, un sibilo animalesco. Qualcosa si mosse, alle sue spalle. L’uomo si voltò, e, sbiancando in volto, fece in tempo a vedere due paia di occhi rossi che lo fissavano nel buio.
Il giorno dopo, a colazione, la giovane donna si muoveva con tutta tranquillità nella sua cucina con fare disinvolto e sereno. La luce del sole filtrava dalle finestre, illuminando piacevolmente l’ambiente modesto ma grazioso. Le pareti bianco panna, la mobilia un po’ vintage -a lei piaceva molto quello stile!-
Ed il pezzo forte, un bel tavolo di legno antico ridipinto del suo colore originale, marrone castagna. Certo, il risveglio non era stato dei più piacevoli e ci aveva messo un po’ a pulire. Li aveva anche sgridati, per aver sporcato in quel modo dappertutto. Ma alla fine erano pur sempre bambini, e adesso una bella colazione troneggiava sul tavolo mostrando delle pietanze svariate e deliziose che una volta forse avevano avuto il nome di una persona. Una persona che non sarebbe mai dovuta entrare in quella casa. I suoi bambini, seduti l’uno di fronte all’altro, la fissavano da dietro i loro occhi rossi nel muso grottesco e peloso, le orecchie simili a quelle dei pipistrelli, e un paio di deliziose piccole corna che un giorno sarebbero cresciute. Ella sorrise, depositando alcune uova strapazzate nel piatto già ricolmo.
“Ecco, tesori miei. E qui c’è del buon succo d’arancia fresco”
Gli esserini, felici, ringraziarono educatamente. Dalla credenza che faceva angolo con il salotto, in una foto incorniciata, la giovane donna in compagnia di quello che a tutti gli effetti sembrava un demone sorrideva a quella in carne e ossa, che ricambiò il sorriso e, ammiccando, gettò un paio di scarpe da uomo insanguinate dentro al cesto dei rifiuti sotto il lavello.

(Federica Bertellotti)