Tanatofagia

Tanatofagia

14 Aprile 2020 0 Di Gli Epicurei

«Mmm…?»
Il bancone nero del bar gli sembrò vacillare sotto i gomiti. Erano le quattro del pomeriggio, e Stefano volle concedersi un dolcetto per festeggiare la sottoscrizione di un contratto editoriale. C’erano voluti anni per completare Frigento, un romanzo ambientato in una campagna della Campania ma che ricordava certe belle cose di Alvaro e di Silone. Quel morso, però, riempì per intero l’orizzonte del presente catapultando tutto il resto nell’oblio della mente.


«Uh!»
La bicicletta mandibolare di Amanda subì una frenata improvvisa. Posando la focaccia sul tavolino bianco, la sua mano, bianca anch’essa, prese a tremare come una pila elettrica.


«Tutto bene?» chiese il barista, con un sorriso d’obbligo.
«Non proprio… questo dolce sa di morte!»
«Di more? È l’amarena, è un biscotto all’amarena».
«Sì, ma non…» balbettava lo scrittore, affannandosi a spiegare.
«Da bere cosa prende?»


«Posso avere anche una conchiglia? Quella alla crema di latte?»
Amanda voleva rifarsi la bocca. Lo zucchero, la pasta sfoglia e quel ripieno melato le avrebbero disacerbato il palato. Così almeno credeva. Illusa.


«Ma è una sozzura!»
Neanche il bicchiere di orzata riuscì a ingentilirgli la lingua.
«Che cos’è quest’orrida pozione? È terribile! È immonda!»
Più si agitava, smaniava e accalorava, e più la barba si faceva enfia, come un petto che si gonfia.


«Ma che m’avete dato?»
«Come? C’è qualche cosa che non va?» domandò la cameriera, col cuore presago di sventure.
«Sì… la focaccia di prima, e la conchiglia adesso…»
«Cos’hanno?»
«Sanno come di… disperazione…»
«Che succede?» interrogò entrambe quello che doveva essere il gestore del locale.
«Non lo so, Tullio, vedi un po’ tu. La signorina dice che… non so, assaggia…»
«Ma che schifo! Che è successo? Sa di malattia grave!»


Più che bollicine, quelle formate sul muso di Brutus erano simili a palloni. Paola guardava nel piatto senza alcun frizzo o slancio d’entusiasmo, e Brutus uggiolava lì di fianco con l’acquolina in bocca. L’hamburger di scottona stazionava su quel letto d’insalata come un cadavere avviluppato a delle alghe.
«Aveva ragione il biologo».
«Che?» Antonio non sentiva. Era prostrato e sciupato. Come tutti, del resto.
«Wuf!»
«Il biologo. Oggi. Alla tele. Non è il cibo ad aver perso sapore, siamo noi che abbiamo perso il gusto».
Da quando questa faccenda aveva avuto inizio, in tivù non si vedevano più chef stellati, cucine e ristoranti, ma medici, nutrizionisti, dietologi, fisiologi, ed era tutto un parlare di chimica degli alimenti e di microbiologia alimentare, di nutrigenomica, di preparazione e conservazione dei cibi, e dunque di termizzazione, refrigerazione, pastorizzazione, sterilizzazione, disidratazione, essiccazione, liofilizzazione, surgelazione, ossidazione…
«Wuf! Wuf!»
«Sì, Brutus… ecco, mangia».


«La conoscete la storia del saggio folle? Al mercato c’è quest’uomo paonazzo, tutto sudato, che infila in bocca un peperoncino dopo l’altro. “Che stai facendo?” gli chiedono alcuni curiosi, vedendolo piangere, rosso in volto. “Ne sto cercando uno che non sia piccante!” è la risposta. Ecco, vedete? L’antica saggezza orientale ci insegna che il desiderio è sofferenza, e che se facciamo dipendere la nostra felicità da quell’unica cosa che ci renderebbe la vita meno scomoda e insipiente…»
«Ma che vai dicendo? Non è insipiente il cibo! Sa di morte!»
«Fammi parlare! Io non ti ho interrotto!»
«E ci credo! Io non ho detto le fesserie che stai dicendo tu!»
«Stai zitto! Lasciami finire!»
«Calmi, state calmi… E comunque avete torto tutti e due! La conoscenza è legata a doppio filo al sapore delle cose! Il verbo latino sapio…»


«Non c’è più speranza» sussurrò Roberto. Quando prese coscienza del fatto che con la speranza se ne andava via anche l’ultimo residuo di disperazione e che il Fato aveva mondato la Terra dell’una e dell’altra cosa, che con un opposto spariva anche l’altro, che le cose si danno e si disfanno a coppie, che gli eoni del tempo cancellano tutto e che alla celia dei secoli quel che resta è nulla, ecco che quel pianto intrappolato in petto e in gola poté trovare in fine la sua soddisfazione e il suo sfogo.

Stefano rilesse il paragrafo e non gli risultò così indegno agli orecchi. Ci avrebbe rimesso mano l’indomani mattina, sperando di non ricavarne una percezione troppo distante dalla prima, nel qual caso avrebbe cancellato tutto. Ma non doveva risolvere il dilemma adesso. S’era fatto tardi ed era stanco.
«Uno stracco d’uomo…» mormorò a se stesso, citando un’espressione dal Diario intimo di un cattivo di Giorgio Saviane.


«Bleah!»
Amanda fece una smorfia e mandò un WhatsApp al suo amico Bruno: una foto dello yogurt e una didascalia.
«Perché continuano a scriverci “alla fragola”? Li odio, devono fallire» scherzava.
Le doppie spunte azzurre arrivarono subito. Bruno era online:
«Lo sooo! Dovrebbero scrivere: “Al gusto di obitorio”! Ahaha»


«E allora? Che ne pensi tu di questa nuova vita?»
«Wuf! Wuf!» gongolò l’altro di rimando.

(Andrea Corona)