Jill Dawson e l’immersione nelle altezze più profonde

Ho varcato un confine che non molti superano. Come ho sempre immaginato che sarebbe stata, la sensazione è straordinaria. nient’altro importa. Nessuna regola, nessuna sciocca convenzione come quella di mettere fuori dalla porta le bottiglie di latte vuote o fare il pieno alla macchina, aprire le bollette della Eastern Electricity Board – tutte cose che ormai non sembrano più reali o necessarie. Di certo, adesso vivo secondo altri parametri, come il piacere inebriante che provavo da bambina quando marinavo la scuola, la segreta sensazione che nessuno potesse trovarmi e il terrore cieco di fronte all’eventualità di sbagliarmi.

Jill Dawson, i cui romanzi in italiano sono pubblicati da Carbonio Editore, è una scrittrice delle vertigini, una di quelle che, se è vero che se guardi l’abisso questo guarda te, lei gli fa ciao ciao con la mano, e sorride.
Il fatto è che lei indossa lo scafandro della curiosità come se fosse amore e si tuffa, e poi me la immagino raggiungere il fondo più oscuro, sedersi in posizione del loto, sorridere a ciò che vede e poi chiudere gli occhi, invitando la voragine e la vertigine a ‘parlare, a spiegarsi, a raccontare il suo punto di vista.

Che fantastichi su una parentesi di vita di Patricia Highsmith (Il talento del crimine), o che dia voce alla vittima innocente di uno scabroso fatto di cronaca brutalmente ignorata dalla stampa a favore del suo aristocratico e affascinante carnefice (Un inutile delitto), la scrittrice trasmette le vicende raccontate in maniera candida e scevra da giudizi, interessata più dalle distanze, dai tentativi di connessione, di integrazione, di comunicazione, sempre destinati alla precarietà, sempre cercati in maniera spasmodica.
Dawson s’inoltra e si libra in vite interiori che sono anche esteriori, difficoltà personali che s’innestano e si amplificano in contesti storici e sociali che però procedono paralleli, in un percorso che è anche un ritmo interiore che prova ad accordarsi con un ritmo esterno a sé, e non ci riesce; ed è una cosa meravigliosa il contrasto che si crea tra questa narratrice profondamente centrata e sicura di sé e questi personaggi che annaspano alla costante ricerca di un loro centro (come la Highsmith de Il talento del crimine) o che rincorrono una chiave di lettura di un mondo da cui sono estranee, una chiave che potrebbe aumentare le loro possibilità di sopravvivenza o addirittura essere una promessa di felicità (Mandy e Rosemary, le due protagoniste di Un inutile delitto).

“Spero che ti sia piaciuta questa breve vacanza in nostra compagnia. Èun posto meraviglioso, non credi?”.
“Sì” rispose lei. Non disse. non mi è sembrata affatto una vacanza. E non disse nemmeno: la scorsa notte non ho quasi chiuso occhio per badare a Pamela, che forse sta mettendo i dentini o soffre di coliche o sente la mancanza della sua solita routine o chissà che altro. In qualche modo si rese conto che lui non considerava il suo un vero lavoro e quindi non doveva parlarne come se lo fosse. Chi era stato cresciuto dalle tate si aggrappava alla convinzione che non si trattasse di un impiego ma d’amore.

Dawson è una delle scrittrice più impavide e compassionevoli che abbia letto negli ultimi anni, una di quelle narratrici che non spiegano e non si spiegano ma che scavano nei nervi vivi delle vicende che scelgono di raccontare, e ne estraggono un frutto universale, amarissimo e vivificante come la consapevolezza, dolce come la fiducia in una narrazione altra, calorosa e gelida, rispettosa e partecipe, e, soprattutto, pietosa nei confronti del male, della violenza e delle loro vittime.

(laChiara)

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