Calma e piatta

Calma e piatta

9 Aprile 2020 0 Di Gli Epicurei

Spinse via il piatto con violenza. Lo stufato di manzo e le verdure miste si rovesciarono sulla tovaglia immacolata.
Che schifo! È possibile che in questa casa non si riesca a fare un pasto decente? Chiese digrignando i denti. Aveva ragione mio padre, quando diceva che non ti dovevo sposare. “Le donne secche sono scontrose, acide, fredde e non sanno cucinare!” mi ripeteva sempre.
Lei lo guardò di sfuggita. Smise di massaggiarsi la guancia, dove ora appariva il segno delle dita del marito e si preoccupò di recuperare la pietanza e di rimetterla nel piatto. Magari, più tardi, se gli fosse passato il nervoso, avrebbe chiesto di mangiare. E poi, con tutto quello che le era costato, fra conto del macellaio e ore a prepararlo, sarebbe stato un vero peccato.
“Prenditi una donna piena, una bella tettona” mi diceva mio padre “che sono più passionali, più divertenti, più energiche. E quando le carichi di mazzate non si rompono tutte come fuscelli” E rise fragorosamente.
Lei, automaticamente si toccò la spalla destra che mesi prima era fuoriuscita dal suo posto, cadendo dalle scale, secondo quanto dichiarato al pronto soccorso e si massaggiò la gamba sinistra, anche quella fratturata per “un incidente domestico”, lo scorso giugno.
Avrei dovuto ascoltarlo, mio padre, invece di sposare te. Ma guardati, secca, dimessa, piatta come una tavola. Se non avessi due capezzoli striminziti non riuscirei a capire se ti scopo da davanti o dal culo. Rise di nuovo, tronfio di quella sua battuta volgare.
Lei arrossì e chinò il capo ulteriormente, intenta a salvare cena e tovaglia. Poi portò le stoviglie sporche nel lavello.
E ascoltami, quando ti parlo. Urlò, strattonandola per la spalla buona e costringendola a guardarlo negli occhi. Ma cosa sei? Una donna o una larva? Sempre così remissiva, calma, zitta. Mi dai sui nervi, non so dirti quanto! E reagisci una buona volta. E fammi contento! Fammi vedere che sei viva, che reagisci. Fece un’altra risata malvagia.
Passarono pochi istanti.
Lei non disse nulla, come aveva fatto fino ad allora e in tutti quegli anni di matrimonio. Non diceva mai niente. Si sedette, stanca, accasciandosi sulla sedia. Guardò suo marito che continuava a fissarla, anche lui appoggiato all’indietro sullo schienale.
Si guardò intorno. Quella mattina, come ogni giovedì, aveva tirato a lustro tutta la cucina. Le piaceva avere la casa in perfetto ordine e anche a lui. Ora, avrebbe dovuto rifare tutto da capo anche se non sarebbe stato tanto facile rimuovere dal pavimento e dalle parete quella poltiglia sangue, pelle, frammenti di denti e altro materiale organico.
La tovaglia bianca di lino ricamata era da buttare, sporca di sangue, moccio e saliva.
Si dispiacque per il mattarello in marmo, ereditato da nonna Margherita, scheggiato di brutto proprio al dodicesimo colpo in faccia. Anche l’impugnatura in legno era crepata. Ormai inutilizzabile. Forse se mi fermavo a dieci colpi non si sarebbe rotto, pensò, era un ricordo, peccato!
Sospirò. E vabbè, cosa vuoi che sia, si disse alzandosi in piedi. Sarà bene sbrigarsi, che domani è venerdì e tocca la pulizia del soggiorno. Certo è un gran disastro, ma cosa non si farebbe per far felice il proprio sposo?
Si sentì una donna nuova, più passionale, più energica, viva. Guardò la faccia del marito, dove non c’era più alcuna fisionomia riconoscibile, solo un cumulo di tumefazioni sanguinolente e due occhi spalancati nel vuoto.
Gli sorrise. Sei contento, amore?

(Lelia Paolini)