Senza Colore

Senza Colore

23 Marzo 2020 0 Di Gli Epicurei

Quand’erano all’Accademia, Peter diceva che tutto ciò che facciamo è un autoritratto. Magari somiglia a San Giorgio e il drago, oppure al Ratto delle Sabine, ma l’angolazione, la luce, la composizione, la tecnica, sei sempre tu. Persino il motivo che ti spinge a scegliere una particolare scena sei tu. Ogni colore e ogni pennellata. Peter diceva sempre : l’unica cosa che un artista può fare è descrivere la sua faccia. (Diary – Chuck Palahniuk)

Qualche giorno prima avevo trovato un messaggio in segreteria.
“Buonasera, mi chiamo Daniel Fourier, forse lei può aiutarmi. Ho da proporle un’indagine fotografica un po‘ singolare. Un’amica comune mi ha dato il suo numero. Se potesse raggiungermi mi trova a Pisa, in via Nino Bixio al numero 30, lunedì pomeriggio, dalle quindici. Se verrà, le spiegherò in ogni dettaglio di cosa si tratta. Ci tengo molto. La aspetto. Non manchi, la prego. “ Non avevo ancora elementi per essere felice di questa occasione o preoccuparmi . Comunque si chiamava come tutte le altre: opportunità di lavoro. E nelle condizioni in cui mi trovavo, non c’era da andare troppo per il sottile.
Eccolo, il lunedì è arrivato presto. Il cielo è un lago grigio compatto ed il sole sembra galleggiare chiuso dentro ad un sacchetto di plastica. A Pisa con il treno è un attimo. Tredici minuti, nemmeno. Una sigaretta fumata a metà prima di salire e rifugiarmi dentro allo scompartimento.
Via Bixio è vicinissima, controllo l’ora sul ciondolo appeso al collo, una cipolletta da caricare a mano finto antiquariato. Le quindici e trentasette minuti. Non abbiamo fissato un orario, Fourier mi ha lasciato questa libertà.
Questo gennaio a tratti è caldo come un principio di primavera, insolite escursioni termiche mi aiutano a distinguere un giorno dall’altro.
Tagliando per Via Battisti, mi investe un corridoio di vento più freddo, mi riparo contro il cappotto rosso, tiro su il cappuccio, ma i capelli negli occhi mi velano la vista.
“Il rosso di Kandinsky è caldo, vitale, vivace, irrequieto ma diverso dal giallo, perché non ha la sua superficialità. L’energia del rosso è consapevole, può essere canalizzata. Più è chiaro e tendente al giallo, più ha vitalità, energia. Il rosso medio è profondo, il rosso scuro è più meditativo. È paragonato al suono di una tuba.”
L’inchiostro rosso indica un debito. Attenzione Viola, prima o poi dovrà essere saldato. Se il lavoro non ingranava, ne avrei accumulati uno sull’altro. Me lo aspettavo e andavo incontro a questo patibolo d’incertezza con passo deciso.
Un’utilitaria che andava troppo veloce frenò brusca. Restai impalata come un gatto , le strisce di un bianco sbiadito erano due metri più in là, parallele. Lontane.
“Allora?!…Vogliamo fare notte??”
Il basco calato sulla testa, calcato. L’uomo di mezza età aveva aperto il finestrino a manovella e si era sporto senza cambiare espressione. La voce bassa ma tuonante era distante dalla camicia a quadri gialli e neri troppo larghi, dagli occhiali tartaruga, nemmeno col gingillo aveva molto a che fare : un rosario di semi di legno scolorito che dondolava come un pendolo appeso allo specchietto retrovisore. I semi nocciola del rosario oscillavano, noi eravamo fermi, allibiti entrambi.
“Mi scusi…davvero! Non l’avevo vista!”
La facciata dei palazzi era chiara ma un po’ antiquata, virava su tutta la gradazione del giallo che il mio amico Simone accuratamente evitava nei suoi quadri.
“Un imbratta tele, un imbratta tele, nient’altro che un imbratta tele . Sono questo , che dici Viola, non è così?” Aveva detto tra i denti un giorno nervoso mentre in silenzio lo osservavo terminare un dipinto.
No, il giallo no. Non lo usava quasi mai. I tubetti erano tutti pieni. Tranne l’ultima volta. Ma per una sola foglia.
L’intonaco di alcune facciate a tratti si sgretolava, ma era un dettaglio trascurabile. Decadenza poetica che accresceva il fascino della costruzione.
“Il giallo è il suono di una tromba, una fanfara balcanica, una percussione smodata , folle, cieca irrazionalità, io preferisco la vibrazione dei verdi e dei violini e la avveleno con il rosso cupo che ha la consapevolezza dell’oboe. ” Simone che citava Wassily Kandisky, mentre dipingeva uno sfondo. Sapeva recitare a memoria intere pagine, ma quando improvvisava e ci metteva del suo, lo preferivo.
Eccolo. Dottor Daniel Fourier. Chiare lettere nere impresse con forza nell’ottone ossidato.
“Sono Viola.”
“Ah, eccola, buonasera. Venga pure al quinto piano, l’attico, non chiami subito l’ascensore, sto scendendo io.”
La cameriera, la moglie? Poteva essere. C’era una irritazione impertinente nel timbro per niente cordiale. Sull’atrio, la vetrata di vetro opaco rifletteva i riverberi della cornice di un giardino interno. Spiccavano due piccole palme e aiuole ben curate. Aiuole, la liquida parola verde pulsante, che al plurale conteneva tutte le vocali.
“Ripetete con me , da bravi A-I-U-O-L-E e poi scrivete ogni singola vocale per benino sul quaderno dentro alla riga. Con bella grafia. Rimanete dentro alla riga, non uscite mai dalla riga !!! Pensate che è il vaso delle A-I-U-O-L-E, deve starci tutto dentro.”
Poi due banani. Uno che si appoggiava sull’altro. L’ascensore era piccolo, un portagioielli minuto e prezioso, elegante nella sua compostezza retrò con gli sportelli simmetrici foderati all’interno di finta pelle color ciliegia matura. Una mano curatissima li spostò brusca.
Vidi due occhi di brace, arancio, che mi squadravano, dal basso verso l’alto. Poi viceversa. Terminavano con un mezzo sorriso tagliente. Denti piccoli e bianchissimi. Perle di fiume.
“Buongiorno…lei deve essere la fotografa!” Poi cominciò a ridere . Un’esplosione. Sembrava lo facesse per frantumare un pensiero di cui voleva liberarsi. Sorrisi. Aroma sottile di thè verde. Solo quando si muoveva. Tornò a squadrarmi, ma era più dura stavolta.
Lo sguardo lampeggiava sprezzante mentre fissava la postina di tessuto verde militare a tracolla dove tenevo la mia reflex.
“Piacere.”
Ma era già oltre e mi stava dando le spalle. Scrollandole. Tutta la scala delle tonalità naturali, dal beige caramellato, fino al rosa cipria, strati di colore come petali, tessuti preziosi avvolgevano la pelle diafana. Privilegio di classe.
Il rumore dei suoi passi che si allontanano. Francesine stringate viola. Un viola acuto e liquido. Velenoso. Quale sarà il suo nome? Ha un viso da nome corto. Come un filo d’erba verdissimo, che si erge da una zolla di terra. Turgido e fiero.
“Il viola è instabile, tremante come l’arancio. Difficile. Corno inglese, zampogna, fagotto.” Nella testa la voce di Simone, le sue mani che si muovono nell’aria. Belle le sue mani. Hanno vita propria. Sono sempre calde. Ogni tanto ne stringo una. Le mie sono sempre fredde. Le mie sono mani lunghe senza carne. Nell’abitacolo dell’ascensore un sentore cipriato, una nota di agrumi, preesistente, si era sommato al suo. Mi rifugiai dentro al collo alto del maglione. Io sapevo di sapone di marsiglia e shampoo alla mela verde. La curiosità mi prendeva la bocca dello stomaco e mi metteva sete.
La porta, avorio. Quando tutte le altre erano di noce, o comunque marrone scuro. Ma questo era l’attico, l’ultimo ingresso che forse non era soggetto a tutte quelle limitazioni e regole di condivisione del condominio. Forse poteva sottrarsi. Era aperta, accostata.
Entrai. La luce soffusa, ma chiara. Naturale. C’era un mobile grezzo molto spoglio e delle mensole, dello stesso colore, chiaro, non trattato e sopra un ‘incredibile quantità di ampolle, contenitori di vetro o cristallo, di qualsiasi dimensione riempiti di terra, sabbia, di diverse tonalità e grana. Sigillati. Un grande specchio di lato, con una cornice dorata e opaca, li moltiplicava. Tutto quel rosso che veniva dal mio cappotto mi fece sentire nuovamente fuori posto, un’accidentale macchia mestruale su un candido lenzuolo.
“Prego… venga avanti. Ho la chiara impressione che debba scusarmi con lei di qualcosa .” Era inginocchiato dietro un divano che aveva una trama simile al lino grezzo . Stava raccogliendo i cocci di quello che doveva essere un vasetto, la sabbia sparsa sulle tavole chiare di legno del pavimento.
“Non importa…non sono affari miei “.
“Se non lo facessi, potrei venir frainteso. Preferisco che non succeda.”
Avrebbe potuto dirmi qualsiasi cosa, anche la più assurda ed io l’avrei ritenuta credibile. L’impostazione della voce, la naturalezza e l’estrema calma, erano una lenta marea. Faceva parte di quella casa, spoglia e chiara come se non potesse essere altrimenti. Come se quel momento che stava prendendo tonalità intime fosse l’ultimo passaggio di un complessa sequenza di variabili casuali convergenti verso un unico risultato. Là dove la propagazione dell’incertezza si annullava lenta come i cerchi di un sasso in un lago quieto.
“Bianco assoluto, contiene tutto lo spettro dei colori, eppure è assenza, silenzio, immobilità.” Cacciai Simone dalla mia testa.
Crepitava alle mie spalle, un caminetto elettrico di ultima generazione, con ciocchi di legna finta, e fiamme ripetitive e stanche.
“Ha incontrato Elisa, Viveva qui da me, fino a qualche mese fa. Siamo stati insieme, quasi due anni. Non approva la mia ricerca. Ma lei odia i gatti, è comprensibile. Perché di questo si tratta: vorrei ritrovare Colore, il gatto di mio fratello Mario. Non torna da una settimana. Mio fratello era cieco, un giorno l’ha voluto seguire in strada ed un’auto l’ha preso in pieno. Una fatalità. È morto sul colpo.”
“Mi dispiace per la sua perdita.”
Quando Simone usa il grigio, decide solo all’ultimo se mischiare al nero pochissimo rosso così da farlo virare nel marrone, o nel tortora dove l’energia è più sorvegliata e ottusa o purificarlo con il bianco assoluto che uccide ogni vibrazione dinamica, e lo fissa in un immobilità suicida.
“Grazie. Sono passati alcuni mesi, ma sa come va, ci vuole del tempo. Per quanto riguarda Elisa, la rivedrà. Abita qui, ogni tanto. Qualsiasi cosa le abbia detto non ce l’ha con lei ed inoltre abbiamo discusso . Mi auguro che accetti di aiutarmi.”
Mi guardai intorno. Intravedevo un glicine nudo e spoglio. Mi chiesi se era bianco o azzurro.
Tutto era chiaro, intriso di luce estiva, a parte le cornici di fotografie appese alle pareti che ritraevano il deserto, di un bruno testa di moro.
“Sono i miei viaggi.” Si avvicinò, sentivo il suo respiro.
Rispondeva a tutte le domande che non gli facevo.
“Dove tutto torna a posto.” Sorrise intensamente, come se il piacere del ricordo lo inebriasse di una gioia quieta.
Era piacevole guardarlo. Era lui stesso la sua casa. Risposi al suo sorriso e una corrente calda mi percorse la schiena. I pensieri fluivano senza la necessità di dover essere espressi per intero. Le parole da quel momento in poi furono quasi accessorie, nient’altro che il pallido riflesso di ciò che già si esprimeva liberamente, tramite la situazione, i suoi colori e un profumo leggero di cannella che mi pizzicava gli occhi.
“Mio fratello amava quel gatto sopra ogni cosa, non gli ho fatto mai mancare né acqua né cibo, ma lui si è allontanato lo stesso. Vorrei solo ritrovarlo e provare a prendermi cura di lui. Non so ancora come farò, non so nemmeno se lui me lo permetterà, date le mie lunghe assenze, ma vorrei provarci.”
“Silenzio sospeso pericoloso. Non abbiamo strati di memoria condivisa. Potrebbe avvicinarsi di più. Glielo avrei permesso, mi chiedo il perchè di questa corrente. Scorgo l’intenzione, la sua. La sento di riflesso arrivarmi come un’onda. Passarmi piano strati di pelle senza giustificazioni, senza alibi, senza altra ragione che l’urgenza febbrile di essere espressa. C’è una falla nel mio sistema di difesa. Non sono coperta, la trincea non è sorvegliata. La sentinella bivacca, non è più vigile. Forse non c’è la guerra, forse non c’è mai stata. Forse la diffidenza è un’invenzione della mente. Forse dovremmo solo fiutarci e guardarci negli occhi e lasciare che qualcosa accada senza che ci sia una ragione. Come fanno i gatti.
Un arpeggio, esecuzione successiva, anziché simultanea delle note costituenti un accordo. Osservazione attenta dei colori primari sulla tavolozza, corposi, morbidi, intatti, un attimo prima che siano mischiati, contaminati: rosso, giallo e blu.
Leggera oscillazione , dopo che il suo sguardo è leggermente retrocesso.
Chimica, leggi fisiche. Fulcro di una leva. Oscillazione di un pendolo. Non è altro. Non è altro. Materia scientifica. Vasi comunicanti. Legge di rifrazione.
La gravità che attira verso il basso, rotazione centripeta, poi piccoli spazi vuoti, personali colorati come i disegni di un caleidoscopio.
Miriade di sensazioni periferiche di una mano lasciata dove dovrebbe stare, lungo un fianco, mentre quello che vediamo entrambi, forse uno contralto dell’altra, diventa già tatto senza maturare. Senza che la distanza fisica, mantenuta minima sia violata. Però non c’è contatto. Manca la caduta verso il basso.
In quella casa non c’è odore di cibo. Nessun residuo. Assenza di colore, solo toni neutri. Poche tracce di vita umana. Manca l’usura.
Qualcuno che al piano di sotto rientra, rumore di chiavi, la pesante porta che si apre e si richiude in fretta. Tutto torna ad avere una dimensione, subito. Senza sconti, senza indecisione. Tutto pare di nuovo più facile e leggibile. E distante. Di un bianco invernale.
“La aiuterò. Cominci a descriverlo.”
La terrazza era molto grande: conche di limoni cariche di frutti, mandarini cinesi, aranci. Un rampicante colmo di fiorellini violetti, alcune serre a più livelli con delle piante che svernavano. Più ti inoltravi, più le sue dimensioni sembravano aumentare.
Sotto, una città di tetti, di diverse altezze, intervallati da saliscendi di tettoie e verande e più in basso giardini, piccoli orti di città. Verso nord, la torre di Pisa, il Magistero più lontano oltre i palazzi del Lungarno un riverbero dolce del fiume, ad ovest Corso Italia, che si delineava deciso con il solito fiume di gente, e il reticolo dei vicoli.
“Il glicine è azzurro, color glicine per l’appunto. La terrazza dove tornerà Colore, sempre che sia possibile.
Pensai al mio gatto Ignacio. Avevo dimenticato di lasciargli aperta la finestra che gli dava accesso ai tetti.
“Sono laggiù…”
“Chi, i gatti ? Riesce a vederli?”
Ne distinsi una colonia di poche unità su un tetto appena rifatto di lucenti tegole portoghesi. Si stavano osservando a debita distanza, studiandosi. Istintivamente, senza staccare lo sguardo aprii la borsa, raccolsi la Reflex, la accesi ancora prima di puntare e registrare il fuoco con l’obiettivo grandangolare.
“Sì…fra un momento, meglio.”
Uno, due molto vicini e scuri, il terzo un tigrato sui tono del grigio, il quarto un pezzato bianco e nero.
“Ha una fotografia del gatto?”
Non rispondeva.
“Era cieco dalla nascita, suo fratello?”
Staccai l’occhio dall’obiettivo, cercando di rimanere immobile per non perdere la posizione. I nostri profili erano allineati.
“Sì. Tenga, eccola. A mio fratello non servivano foto. Un giorno gliel’ho descritto. Ho continuato a farlo ma ad un certo punto mi ha chiesto di smettere, perchè quello che lui conosceva era più preciso, gli bastava.”
Nella polaroid coi margini bluastri c’era un uomo seduto sulla panchina, lo sguardo perso verso mondi sconosciuti, in terrazza con un gatto sulle gambe, le zampe allungate. Tartarugato. Chiazze rosso arancio, una zampa bianca e zone estese di pelo tigrato.
Ripresi a guardare nell’obbiettivo, ma i gatti erano scomparsi.
“Fra di loro non c’era.”
Rientrammo. Avevo bisogno di orientarmi. Non fuori, dentro, nella testa e all’altezza dello stomaco.
Eravamo seduti uno di fronte all’altra. Due tazze di thè verde sul tavolo, che avevano già macchiato i bordi che lambivano ed io non avevo toccato un biscotto. La mia vicina, che poi avevo scoperto essere la nostra amicizia in comune, diceva sempre che quando il thè macchia la porcellana significa che è buono. In quel posto, che fosse la tana del lupo o il palazzo del re i suoi movimenti erano sempre lenti e precisi. Si spostava con passi di un thai-chi cadenzato da pause che riempivano lo spazio.
“Con Mario, fin da quando eravamo bambini si parlava per associazioni. La prima chiave era il tatto. Quando accarezzava il gatto, al sole, sapeva se la sua mano toccava le striature rosse o se invece era posata sulle chiazze più scure.”
“Ma lei Daniel, ha mai accarezzato Colore, lo ha mai preso in braccio?”
Scuote la testa, poi si ricorda di averlo fatto quando era un cucciolo, quattro anni prima.
Quando parla di suo fratello, sposta lo sguardo verso l’orizzonte. Mi racconta di un suo codice personale di colori. Il sole in faccia era corallo, una nuvola che lo oscurava improvvisamente acquamarina, la fame era un rosa acceso, la paura un nero tendente al marrone. Se qualcosa lo disturbava era blu elettrico. Il sapore della panna montata, senza aggiunta di altro era staccarsi da terra e mordere una nuvola. Di quando non aveva voglia di parlare e pronunciava il nome di un colore. E basta. Senza bisogno di aggiungere altro.
Mi chiede di trovare questo gatto, localizzarlo, studiare i suoi spostamenti. Di aiutarlo a far tornare Colore. Il lavoro sarà pagato a prescindere dal risultato. Mi propone di trasferirmi lì temporaneamente, è più pratico che andare e venire. Ha già un mazzo di chiavi in mano per me. Lo passa dalla sinistra alla destra come se fossero incandescenti. Lui deve partire per lavoro, starà via per almeno due settimane. Devo tornare a casa a prendere alcune cose e chiedere alla vicina di occuparsi di Ignacio per il tempo necessario. Ho deciso che accetterò. Il suo sospiro di sollievo è un filo di fumo, quasi invisibile, che esce finalmente dal camino di una casa persa nel nulla.

(Samanta Tommasi)