La Cospirazione Superlativa

La Cospirazione Superlativa

8 Marzo 2020 0 Di Gli Epicurei

Le due del pomeriggio. Binario uno. Paziente zero. Non uno qualsiasi, proprio io. Ne sono certo. Seduto sulla panchina di marmo, fredda come una lapide, I guanti e la mascherina che uso da giorni. Ne ho la certezza, non è un sospetto. Il mio stato di salute peggiora velocemente, ormai ingoio tachipirina a manciate come fossero mentine per tenere giù la febbre e trattengo i colpi di tosse per non dare nell’occhio. Così conciato, un ragazzo mi guarda con sfrontata compassione, sulla sua maglia nera la scritta We are the Superlative Conspiracy. Gli chiedo se l’ha fatta stampare lui. “Macchè… è una marca svedese!” Mi dice forte a neanche un metro di distanza. Temerario. Appestato anche lui fino al midollo nella sua arroganza fisiologica, primaverile, mentre io mi riparo nel mio inverno profondo e alzo il bavero. Sembro proprio un povero vecchio impaurito preso dalla psicosi, come tanti, tutto nella norma. La mia tenuta classica, da professore compunto in pensione non intimorisce non dà nell’occhio, nessuno si ritrae. C’è poco tempo, le zone rosse si stanno estendendo a macchia di leopardo. Il bollettino giornaliero traccia nuovi confini. Ma io ho fatto in tempo , ne sono certo. Ho passato il testimone, al compagno prescelto che ignora la sua partecipazione alla corsa verso la virulenza. Oggi devo solo percorrere i miei cento metri giornalieri verso la mia postazione preferita. Assolutamente prima che i monatti che ormai si aggirano in tutti i luoghi pubblici, contraddistinti dal braccialetto identificativo degli asintomatici ormai negativi, mi possano precettare. Poveri cristi. Che gli tocca fare. La sento la paura. La vedo. E con lei lo sgomento. Sono correnti dense che attraversano lo spazio e lo inquinano. Ma a me adesso fanno l’effetto contrario. Mi sento rinato a nuova vita. Ho un obiettivo, un fine, una meta. A caccia di un’occasione per un’intera esistenza. Sono rimasto sempre indietro, con quella bandierina sempre sventolata sul naso, sfiorata e mai strappata, mai vinta. Sono un Untore. Proprio così. Nessun appellativo mi rappresenta meglio. Il ruolo era vacante da anni, citato a proprio comodo, sfiorato, usato come figura retorica, abusato, ridotto ad un appellativo fino a diventare una leggenda, uno spauracchio alla stregua del Babau, l’orco, l’uomo nero.
Nel milleseicentotrenta la signora Caterina lo aveva affibbiato al povero disgraziato Guglielmo Piazza commissario di sanità . Lo aveva visto camminare troppo rasente al muro nei giorni che nel quartiere porte e mura erano imbrattati di una strana sostanza e Guglielmo a sua volta aveva tirato dentro il barbiere Gian Giacomo Mora . Accusati e rei confessi d’aver diffuso con unguenti e pomate la peste a Milano, furono torturati atrocemente e poi giustiziati. Caterina, la mia vicina passa il tempo sui social network a martellare col dito indice risposte asciutte e risentite su ogni postribolo di discussione. È stata lei a convincere mia moglie a lasciarmi. Se sapesse qualcosa delle mie reali condizioni mi avrebbe già denunciato, ma per fortuna è mezza sorda. Piazza e Mora erano innocenti, io no. Dopo qualche secolo, finalmente si è aperto un varco. La storia è proprio democratica, prima di essere scritta e travisata, nel momento in cui accade, ti appare in purezza e si fa leggibile e semplice e ti accoglie nel suo abbraccio stretto. Nel quale, se sei coinvolto, è inutile divincolarsi. Devi compiere il tuo disegno.
Chissà se sarà eretta una Colonna infame sulla mia lapide : qui giace Antonio Salemi, operaio cassaintegrato, Untore, realmente esistito. Questa volta ne abbiamo le prove. Autentico cane sciolto, non inventato, né marionetta dei poteri forti né macellaio dei deboli. Ci lascia, nel pieno delle sue facoltà.
È quasi dolce crogiolarsi in questi pensieri ora che sento di aver poco tempo. È ora. Mi avvio verso la Banca. Ho appena ventisette minuti prima che chiuda. È una sede piccola, con poco personale, appena dietro l’angolo. Tolgo mascherina e guanti e li caccio in tasca. Mi siedo su un’altra panchina e tengo d’occhio l’edificio. È una struttura moderna tutta vetrate spesse antiproiettile , di cristallo anche le pareti divisorie fra un ufficio e l’altro. C’è rimasto solo il direttore e l’impiegata, intenta a fare delle fotocopie. Tutta questa sfacciata trasparenza mi ha sempre provocato disagio. Una settimana fa, una volta entrato ho chiesto direttamente di lui. Chiudo il conto Andrea, ritiro tutto. Come mai? No, non è perché mi hai rovinato, son passati troppi anni da allora. Siamo due vecchi, non lo vedi? Non è dignitoso per due signori litigare ancora. Non mi sono più ripreso, te lo ricordi? È scoppiata la peste nella mia vita, ha spazzato via tutto: il matrimonio, mia figlia che se n’è andata col primo imbecille, le vacanze, la casa che mi aveva lasciato mamma. È seccato il gelso. È stato qualcosa che poteva accadere, mi hai sempre detto che non è stata colpa tua, iniziative prese dall’alto, dicevi. Ormai a che serve. Senza rancore. Che voglio farci coi miei spiccioli ? Non so ancora, forse partirò, se me lo permetteranno, non so ancora per dove, devi scusarmi, vorrei tenerlo per me. Addio, non ho più niente da dirti. E ho sguainato la mano, tesa come una spada, che aspettava, alla quale non ha saputo ritrarsi. Accuratezza e rigore, fattore di rischio, misure di prevenzione. Tutto a farsi benedire. Una settimana fa.
Andrea è seduto alla sua scrivania. Fissa un foglio, lo tiene fra le mani stretto. Da questa distanza qualche particolare mi sfugge, purtroppo. La febbre mi appanna la vista, il respiro affannato condensa le lenti. Mi sale dai bronchi un’esplosione, la soffoco dentro al bavero alzato del cappotto. Lui abbassa la testa dietro ai fogli, fa per mettersi in piedi ma poi finisce a terra. Cade come la frutta pesante, quando è matura. La segretaria lo raggiunge, ma rimane a distanza. Lo lascia steso lì per terra, distinguo il telefono che tiene fra le mani. C’è gente che si ferma in strada a guardare. Io sono così stanco. Vorrei dormire un po’, prima di tornare a casa. Ma devo ancora portare a Caterina il mazzetto di mimosa che ho preparato apposta per lei.

Samanta Tommasi