Racconto 4: Fatti e Rifatti

Racconto 4: Fatti e Rifatti

6 Marzo 2020 0 Di Gli Epicurei

Per la  serie Rifacimenti, Fatti e Rifatti, la prima cosa che mi è venuta in mente sono certe mostruosità della chirurgia estetica, personaggi dello spettacolo deturpati perché  proprio non vogliono arrendersi al passare del tempo. Mi viene in mente, ad esempio, Meg Ryan, attrice che ho stra-amato ai tempi di Harry ti presento Sally e C’è posta per te. Ora pare Voldemort con più capelli ma meno fascino. E che vogliano dire del nostrano Gabriel Garko? Anni fa fece un lifting facciale che lo trasformò da attore di un certa bellezza (ma di scarso talento recitativo, ndr) a bambolotto di plastica. Sembrava il prozio disgraziato di Ken che nemmeno la prozia disgraziata di Barbie avrebbe voluto come fidanzato. Di Simona Izzo, Emilio Fede e altre amenità della nostro mondo della Tv evito di parlare, soprattutto per portare rispetto al prossimo e ai lettori di questo onorevole sito. 

Leggo meglio il tema e correggo il tiro. Si parla di Rifacimenti, fatti e rifatti MEGLIO. Meno male!

Scrivo di Piccole Donne, il film. Anzi i film. Il romanzo è arci famoso, non occorre stare a raccontarne la trama. Le riproduzioni cinematografiche e televisive, benché fedeli, si sono permesse invece di snaturarne un po’ lo spirito, migliorando, grazie a Dio, nel tempo. Il primo in ordine di apparizione è stato nel 1933 con Jo March interpretata da niente meno che Katharine Hepburn; un bianco nero discreto ma subito dimenticato, soprattutto dal pubblico italiano. Molto più noto quello del 1949, con Janet Leigh (Meg) e Liz Taylor (Amy): atmosfere poco credibili, ostentazione di povertà e miseria in mezzo a sete e merletti e a salotti ricchi di  orpelli e cristalli, un padre cappellano di guerra che torna dal fronte dove era stato mortalmente ferito, ma sembra appena uscito da un pomeriggio in palestra con annessa spa. Non ultimo la sfortunata Betty, che in questa versione sembra la figlia di secondo lette dei March, quando in realtà non è la più piccola ma la terza delle sorelle. Insomma, la vecchia e cara Hollywood che interpreta la letteratura classica come le pare.

Si salta fino al 1994 per vedere un nuovo Piccole Donne al cinema. Senza dubbio un rifacimento migliore. Qui perlomeno la neve bagna e il fango sporca. I soldati tornano dalla guerra malcionchi e moribondi e il vecchio signor March ha la barba bianca, le rughe e di tanto in tanto zoppica. Anche l’ordine di apparizione delle sorelle è rispettato. Ci piace Susan Sarandon nei panni della mamma e Gabriel Byrne in quelle del Professor Baher.  Un po’ meno Christan Bale come Laurie, ma pazienza.

Rifatta ancora meglio la miniserie tv del 2017, passata in Italia sulle reti Mediaset. Casa March è un villino un po’ scalcinato ma dignitoso, dove si respira, però, un’aria di sacrifici e privazioni, molto spesso vicini agli stenti. Meg, Jo, Beth e Amy sono ragazze tutto sommato fortunate, grazie all’educazione e all’amore  dei genitori, ma devono comunque lottare per trovare il loro posto nel mondo, nonostante il padre lontano, la guerra, la miseria e le discriminazioni subite perché indigenti e perché donne. Che poi è il messaggio che aveva voluto lanciare Louisa May Alcott nel suo romanzo. Straordinarie, in questa serie 2017, Emily Watson, – la madre delle Piccole Donne – e la signora Fletcher, ops! volevo dire Angela Lansbury, la dispotica e spilorcia zia March.

Ad onor di precisione, dovrei citare anche il Piccole Donne uscito ora al cinema, quello con Emma Watson, per capirsi. Ma non l’ho ancora visto, quindi, vabbè, sarà per un’altra volta. Mi sarebbe piaciuto scrivere anche di fatti e rifatti sui film tratti da Orgoglio e Pregiudizio, ma meglio di no. 

A parte il fatto che di Mister Darcy ce ne è uno solo ed è Colin Firth targato BBC1995, ma non solo. Avrei dovuto parlare di Franco Volpi con pancetta e basettoni biondi nello sceneggiato Rai del ’57 o, peggio ancora, del povero Laurence Olivier, truccato come una drag queen, con due millimetri di eyeliner intorno agli occhi e le sopracciglia ad ala di gabbiano. Allora tanto vale tornare al sopracitato Garko, versione prozio disgraziato di Ken. 

Lelia Paolini