Racconto 3: Ripeti, sbaglia ancora, sbaglia meglio

Racconto 3: Ripeti, sbaglia ancora, sbaglia meglio

5 Marzo 2020 0 Di Gli Epicurei

Non può che venirmi in mente una frase che sentii dire per la prima volta dalla mia maestra delle elementari. Errare è umano, perseverare è diabolico. Diabolico! Ad una bambina che probabilmente aveva solo sbagliato a coniugare un verbo o qualcosa del genere, ma vabbè, non divaghiamo sulla mostruosità delle mie maestre delle elementari. Il punto è il ripetersi di qualcosa, che nella mia vita ahimè, si tratta spesso degli stessi errori. Non cose gravi, i soliti cliché. Mi fido sempre troppo delle persone, compio l’estremo vizio di crearmi delle aspettative sul prossimo (ma anche sulle situazioni, a volte). Con la naturale conseguenza che poi se vengono deluse, sono destinate a far crollare il mio già fragile castello. E imparo mai a costruire questo castello daccapo con un materiale più solido? No! Al massimo, come le increspature riempite d’oro che vanno a ricomporre i cocci del vasellame giapponese, posso imparare da queste esperienze e avere ben nitida nella mia mente una mappa di tutto ciò che bisognerebbe o non bisognerebbe fare. Dico così perché poi, alla prima invocazione d’aiuto anche da parte di una persona a me sgradevole o di uno sconosciuto, ci ricasco. E sono sempre lì. Ma in un mare di menefreghismo e indifferenza, che male c’è a tentare di essere un piccolo faro?


Ma andiamo agli atti pratici di questa serie di ripetizioni. Il più antico esempio che mi viene alla memoria inizia in un’aula di scuola, per la precisione di prima elementare. Era una mattina soleggiata, di quelle con l’aria densa di pulviscoli di sole che attraversavano sonnacchiosi le tende semichiuse. E quale modo migliore per noi bambini di passare quella bellissima giornata in punizione? Forse quella fu la prima, in ogni caso la prima che ricordi. Dovevamo scrivere su un foglio protocollo una cinquantina di volte che “qualcosa non era da farsi”, forse chiacchierare ad alta voce, o comunque una grave colpa sempre di quella portata. Poi col tempo sarebbero diventate cento, o centocinquanta, fino ad arrivare alle temute cinquecento! Insomma, mentre eravamo lasciati a noi stessi con gli echi del resto della scuola che invece giocava beato in cortile e nei corridoi, e le maestre si godevano la pausa caffè, uno dei miei compagni mi chiese se potessi raccontare una storia mentre scrivevamo, perché la situazione sarebbe stata meno opprimente. Io accettai di buon grado, misi da parte la punizione e cominciai ad inventarmi una storiella per distrarci e divertirci. Mano a mano alcuni dei bambini che terminavano la punizione ci lasciavano per andare a giocare, ma a me non importava, quello che importava realmente era finire la storia. E proprio mentre mi stavo avvicinando alla fine, lo stesso compagno che mi aveva chiesto di raccontare chiuse trionfante il foglio protocollo ed esclamò:

“Ah-ha! Ce l’ho fatta, ho finito prima di te! Così io andrò a giocare per primo”

Inutile dire che quella fu la prima, vera delusione della mia vita. Insomma, mi aveva usato come espediente, quando probabilmente la parola espediente non l’avevo ancora neppure imparata. E la lezione mi servì? No. Gli altri compagni mi pregarono di finire la storia perché loro erano davvero curiosi, così finii il mio racconto con i pochi a cui ancora interessava, ma purtroppo per questo lasciammo tutti da parte la punizione e… fummo puniti doppiamente quando le maestre tornarono. Vedete, qui non c’è solo una ripetizione, ma una parentesi quadra di ripetizioni! Perché io ho questo potere.


A volte riesco a inserirle pure tra le graffe.
E a metterci qualche esponente per non sbagliare.


Ma mettiamo in mezzo anche un esempio positivo. Ci deve essere un lato positivo in tutto questo, almeno spero, altrimenti sarebbe davvero da pazzi. E continuiamo anche sul filone della scuola, per chiudere il cerchio che abbiamo iniziato. Non sono mai stata un’amante della precisione e dell’attenzione, va detto, soprattutto per quello che riguardava materie che non mi interessavano. Così con un orecchio ascoltavo le lezioni, mentre col resto della mia mente ero totalmente immersa in storie di mia invenzione che scrivevo ai margini dei quaderni o dovunque potessi senza destare sospetti. La conseguenza era un’antipatia piuttosto viscerale da parte di alcuni degli insegnanti, soprattutto perché continuavo a sfangarla con delle sufficienze nonostante prestassi loro solo una cosa così banale come un orecchio.
Le mie schede sembravano costantemente il numero del diavolo,
esibendo una sfilza di

6,6,6.

Certo, ora so che avrei potuto ottenere più di qualche semplice sufficienza, ma questo percorso mi ha portato a comporre tutti quei mucchi di appunti in quelli che sono effettivamente diventati i miei progetti e la mia vita. Libri, sceneggiature. Perciò si può dire che quelle continue repliche di comportamenti anche in quel caso rischiosi, siano stati alla fine una piccola fortuna. Non voglio sottintendere affatto che fosse la cosa giusta, anzi, probabilmente era la condotta più sbagliata. Ma forse è stata la più giusta per me. Alla fine a forza di essere recidiva, sono riuscita a superare più o meno indenne alcuni periodi oscuri che purtroppo sopraggiungono nella vita di tanti. Questa ostinazione nello scrivere, estendere righe su righe, cancellarle con un brusco movimento della penna e ricominciare tutto daccapo, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, è diventata la mia forza e la mia corazza. In sostanza credo di essere una persona che quando si mette in testa qualcosa, la testa ce la picchia davvero. Ma per quanto possa far male, è irrilevante se alla fine potrà servire ad aprirsi un varco.

Federica Bertellotti