Casa di foglie (un mea culpa)

Casa di foglie è uno di quei romanzi di cui ho riconosciuto la grandezza e l’importanza ma che, dopo ponderazioni e riflessioni varie, ho deciso di dare via.
È una situazione imbarazzantissima, come trovarsi davanti a quelle persone che tutto adorano e che invece tu apprezzi ma con una qualche inspiegabile riserva, e allora cerchi in qualche modo di farti scaldare, toccare, illuminare, e quindi cerchi di capire cosa hanno di davvero grande e perché tante persone li venerano, perché sì, qualcosa di bello c’è ma la loro frequentazione non ti ha minimamente cambiato la vita.

Potrei dire che trovo Casa di foglie troppo cerebrale, un gioco sottile e raffinato che però solo un gioco è, mentre invece io mi aspettavo una di quelle esperienze mirabolanti e incredibili che sconvolgono la percezione del mondo; di conseguenza, potrei dire che probabilmente sono partita con delle aspettative troppo alte rispetto al reale impatto del libro, ma mi sembrerebbe di sminuirlo e non mi pare il caso, perché Casa di foglie è un libro interessante a suo modo, e anche importante; una storia che sono, nel complesso, contenta di aver letto anche se poi la lascerò andare. Resta il fatto che, dopo averci riflettuto e riflettendoci tutt’ora, Casa di foglie mi ha lasciata fredda non tanto per i suoi difetti (che per molti sono invece il suo pregio), ovvero un racconto-analisi di un racconto-analisi di un qualcosa-analisi che non esiste, quanto piuttosto per la sua assenza di pregi, ovvero una contropartita emotiva che valga lo sforzo di un salto da una pagina all’altra, della decifrazione di una composizione labirintica e accomulativa; manca un legame che non sia solo formale con la materia raccontata, un godimento che trascenda il divertimento di risolvere l’enigma (irrisolvibile) o sottolineare i vari rimandi delle storie che compongono la narrazione e discernere la sua componente allucinata da quella maledetta.

Che poi, sia chiaro, non c’è niente di male nell’essere un libro che fa compagnia e non un libro che ti sconvolge l’essere, ed è questo che mi fa sentire in colpa, e a disagio al cospetto di Casa di foglie, ovvero la sensazione di aver frainteso, di essermi sentita in diritto in base a cosa non si sa di pretendere un godimento che, nel caso in questione, non sono in grado di gustare; e ora, scrivendo questo pezzo dopo una paio di mesi dalla lettura del libro stesso e di recensioni che ne lodano la struttura e la cervelloticità, sono qui ad esprimere un certo senso di inadeguatezza di fronte a un’opera, ribadisco, sicuramente grande e complessa ma che io trovo solo complicata.
E questo è quanto.

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